Sebbene sollevata a livello nazionale, attraverso importanti emittenti televisive e quotidiani d’elevata tiratura, la questione che investe la quasi totalità degli studi medici italiani (a quanto pare solo il Veneto come regione sembra averla risolta, mentre altri casi sono stati affrontati a livello “personale”) è un argomento posto con vigore anche alle nostre latitudini. Anzi, soprattutto dalle nostre parti, visto che il propugnatore principale della causa è il dottor Cosmo De Matteis che, prim’ancora d’essere il vicesegretario nazionale dello Smi, è un medico operante a Paola. Partendo dalla Città del Santo, il titolare di uno studio “di famiglia” si è trovato nella spiacevole condizione di dover avere a che fare con l’agenzia delle entrate e col suo braccio operativo: Equitalia.

I fatti sono ascrivibili ad una esosa richiesta dell’agenzia, che tramite la società istituzionalizzata per il recupero crediti, starebbe vessando il medico al punto da avergli indotto certificati stati d’alterazione sia cardiaci che psichici.

Il dottor De Matteis starebbe subendo gli effetti di una presunta persecuzione perorata ai suoi danni per il solo fatto d’aver tentato di rispettare le regole, perché – nel 1990 – si sarebbe macchiato della colpa d’aver voluto stabilizzare la sua segretaria con un contratto di lavoro “regolare”.

Tuttavia, datosi che il rapporto tra le parti – almeno a livello fiscale – è stato connotato in una normativa tale da inserirlo nello stesso segmento che regolamenta le aziende. Con una tassazione Irap modulata secondo canoni da impresa, per uno studio medico è difficile far fronte alle richieste dell’erario. Considerandolo un “dovere”, De Matteis ha continuato a pagare, riservandosi però il diritto di ricorrere alle vie legali. Una volta imboccato il viatico dei tribunali, al camice bianco paolano sono venute a favore due sentenze che, certificando la legittimità della sua posizione, ne hanno specularmente annichilito il conflitto. Pertanto, dal 2009 al 2013, il medico paolano si è visto riconoscere un rimborso di 17.450 euro dalla commissione tributaria regionale (che per tutti i casi “normali”, generalmente sancisce la fine delle questioni).

Ma qui la storia si è ingarbugliata, perché – così come appreso dal medico – «A sei anni di distanza mai avrei pensato di essere ancora in ballo e di arrivare all’esasperazione. A questo mi stanno portando Agenzia delle Entrate ed Equitalia che mi chiedono di pagare l’imposta – triplicata – malgrado una nuova sentenza a me favorevole della Commissione Tributaria. Certo, non sono il solo, in Calabria e in tutta Italia ci sono centinaia di medici di famiglia nella mia condizione. So che nello stesso comune su due medici in condizioni identiche lo stesso giudice all’uno intima di pagare l’Irap mentre l’altro lo esenta. Nel mio caso però i giudici – malgrado tutte le ragioni – mi è arrivata lo stesso la cartella esattoriale che mi intima di pagare entro 45 giorni con interessi, mora e sanzioni. Ho assunto la segretaria nel 2005. L’ho messa a libro paga e da allora è una preziosa collaboratrice. Non ho altro reddito fuori da quello da convenzione, e la collaboratrice è un servizio in più che offro ai pazienti per il quale il contratto nazionale prevede per l’appunto che l’Asl paghi una quota di ristoro. Ciò è stato confermato nel 2009 in prima istanza dalla Commissione Tributaria di Cosenza e in seconda istanza nel 2011 a Catanzaro. Forte delle pronunce, ho cessato di pagare l’Irap. Pur non avendo particolari chance, il Fisco si è appellato in Cassazione e, a giugno scorso, agli sgoccioli della sentenza che dovrebbe essere imminente, mi ha chiesto di conciliare. Nella cartella, i 5 mila euro secondo loro “dovuti” sono divenuti una cifra che io in banca non ho. E qui veniamo al punto: il patrimonio del medico di famiglia. Molti sono convinti che noi medici siamo ricchi perché possediamo casa e studio e facciamo studiare i figli fuori paese: in realtà, queste cose “normali” costano al punto che quelli come me in banca non hanno niente o quasi. Esaurito il mutuo di casa ho pensato di migliorare l’accessibilità dello studio, per ristrutturare dovevo acquistare, per acquistare ho acceso un secondo mutuo che ho appena finito di pagare; ho dovuto chiedere il prestito perché il resto dei soldi servivano a far studiare i figli. Ora se sarò costretto a pagare proprio ai figli dovrò chiedere aiuto economico. Tra tasse e previdenza, affitto e personale, informatizzazione ed ecografo, viaggi d’aggiornamento e spese per migliorare il rapporto casa-lavoro, il reddito se ne va tutto: e questo per svolgere un lavoro di fatto subordinato, come dicono le Commissioni tributarie e varie sentenze di Cassazione di cui il Fisco s’è fatto un baffo -forse solo per il ticchio di piegare un professionista che assume in una regione dove i capitali evidentemente si dovrebbero esporre il meno possibile. All’inizio tale era la rabbia che ho pensato a un gesto estremo. Giunti a fine carriera, si vorrebbe insegnare l’educazione al prossimo e subito dopo togliersi di mezzo perché una vita a cercare di migliorare le cose intorno a sé è risultata del tutto inutile. Mi sono venuti in mente l’imprenditore lombardo asserragliato nell’ufficio dell’Agenzia delle entrate per la cui liberazione la Lega continua a spendersi, l’imprenditore veneto o romano che si sono ammazzati pur di non licenziare il dipendente, pietra dello scandalo solo perché gli consentiva di lavorare. E anche quei martiri che aspettano i pagamenti dallo Stato di cui sono fornitori e in attesa non riescono a pagare le tasse e per questo vengono cancellati fisicamente da una cartella esattoriale (così poi non esistono più come creditori di una Pubblica amministrazione insolvente). Poi ho pensato che il gesto estremo nel calderone mediático suscita pietà ma il suo messaggio non sempre è ricordato. La vera risposta parte da una constatazione: da subordinati noi svolgiamo un pubblico ufficio. Quando lo Stato ci assoggetta all’Irap – malgrado la legge e le sentenze dicano che fino a prova contraria ne siamo esenti – ci punisce perché stiamo dando qualcosa ai cittadini. Quale difesa rimane al povero cittadino, che si trova travolto da un sistema senza cuore, dove un funzionario firma qualcosa, che può distruggere famiglie, e annullare una vita onesta di lavoro. Non servono, dopo, la solidarietà e la comprensione. Non ci si nasconde dietro sigle. Ogni atto di questi enti ha nomee cognome, e a quei tanti artigiani lavoratori che hanno compiuto il gesto estremo la sentenza è stata portata da una cartella firmata».

Seguono i video pubblicati su Youtube che riportano gli stralci della trasmissione “L’aria che tira” – in onda sul canale nazionale del digitale terrestre “La7” – nelle quali il dott. Cosmo De Matteis è stato ospite. A tal proposito, per quanto riguarda il secondo video, v’è da dire che – secondo alcune indiscrezioni – il giovane democratico renziano Edoardo Fanucci si sarebbe scusato per il suo comportamento fuori luogo nei confronti del medico paolano.

Video 1

Video 2

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Fisco bestiale? Per Cosmo De Matteis ribalta nazionale [VIDEO] ultima modifica: 2015-10-07T20:37:29+00:00 da Francesco Frangella
Francesco Frangella

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Giornalista Pubblicista dall’agosto del 2013, mi occupo di Cronaca e Politica. Sono tra i fondatori del Marsili Notizie ed ho collaborato come freelance per varie testate.