Nell’autunno di due anni fa, il comune di Paola – nella persona del capo settore Francesco Maddalena – diramò un avviso che fece sobbalzare i genitori di tanti scolari cittadini. In esso si ribadiva «che il tempo pieno è strettamente connesso con il servizio refezione scolastica e che è severamente vietato il consumo di panini o altre cibarie portate da casa e consumate nella sala refezione dei relativi plessi scolastici». In parole povere s’imponeva, a coloro che non possono permettersi la retta per la mensa, di “mangiare da soli” o “non mangiare affatto”, lontani dalle sale dove i compagnucci con il pasto pagato facevano baldoria. Questo “scriteriato” criterio è stato finalmente sconfessato dal Tribunale di Torino che, con un’ordinanza, ha respinto un reclamo di natura similare presentato, nientemeno, dal Miur (ovvero il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca). Secondo l’andamento della vicenda, quelli che dovrebbero essere gli amministratori generali della cosa pubblica, si erano rivolti al giudice per propugnare una causa molto simile a quella che l’amministrazione Ferrari aveva intenzione di mettere in pratica con l’avviso del dott. Maddalena. Il Ministero, con decisione opinabile, s’era messo in testa che il panino portato da casa fosse nocivo all’andamento della vita scolastica. Ma la prima sezione civile del tribunale di Torino, presieduta da Umberto Scotti, ha rigettato tale presa di posizione definendola “incostituzionale”. Quindi, stante quanto è sancito dalla carta che più di ogni altra regolamenta il vivere civile dell’Italia, ogni bambino è libero di nutrirsi come meglio crede la sua famiglia, ogni scolaro è svincolato dall’obbligo di standardizzarsi su quello “che passa il Convento” e soprattutto, ogni alunno che si trovasse nella spiacevole condizione di non potersi permettere la retta della mensa, potrà soddisfare la sua fame a prezzi inferiori e non per questo meno “appetibili”. Di contro c’è la possibilità di mandare in crisi un indotto, quello della “refezione” convenzionata, in cui molti operatori hanno investito e tanti lavoratori sono impegnati. Forse sarebbe il caso di accordare una soluzione basata sulla reciproca convenienza, perché lasciando il prezzo di un pasto a 3 euro (quando un panino ne costa uno), non si conciliano le esigenze di quelle famiglie per cui, a fine mese, la spesa di 60€ è davvero troppo eccessiva difronte ai 20€ che si spenderebbero acquistando una “colazione”.

Paola – Quando l’amministrazione vietò il panino a scuola aveva TORTO ultima modifica: 2016-09-17T10:44:58+01:00 da Francesco Frangella
Francesco Frangella

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Giornalista Pubblicista dall'agosto del 2013, mi occupo di Cronaca e Politica. Sono tra i fondatori del Marsili Notizie ed ho collaborato come freelance per varie testate.