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Fosse stato Donnu Pantu

Città con il Nome di Donna – Cap XII – Il cavallo del tressette

Tra i giochi popolari col mazzo napoletano, quello del tressette è uno dei più complessi. Considerato come evoluzione al passo della briscola, comporta molta più destrezza della scopa e del’asso pigliatutto, perché i movimenti cui è soggetto tutto il corpo – nel tressette – sono una vera e propria danza da eseguire al tempo stesso della strategia di gioco. Mosse, ammiccamenti, occhiolini, sfarfallamento della smazzata, ventaglio di carte aperto o

Città con il Nome di Donna – Cap.XI – Quando canta una Molecola

  «E Berta filava…». Con questo motivetto nella testa, Calarco Molecola s’aggirava in un parcheggio da centro commerciale nel pomeriggio del primo fine settimana primaverile. La Città con il Nome di Donna sembrava distesa su un fianco, a godersi l’ultimo sole del nuovo tramonto stagionale, un orizzonte terso si moltiplicava fino all’ultima linea visibile del mare. Le ombre s’allungavano sulla via, e tutto il visibile pareva distorto, striato e dissolvente

Città con il Nome di Donna – Storia di un Re Mida alla rovescia

Passavano i giorni, languidi e pigri come una canzone estiva degli anni ’60, mentre la Città con il Nome di Donna s’abbronzava e, col suo nuovo asfalto, diventava «nera, nera, nera come il carbon». Nella quiete della brezza leggera, la Città meditava, assorta nell’immagine di un tramonto “lungo”, figlio di una meravigliosa ora legale. Un momento nel quale il sindaco Baracca del Rampante Cavallino continuava a strimpellare la cetra, deliziando

Città con il Nome di Donna – Il Pescespada, il Totano e il Toro

Entrata in una fase pregnante, anche per la Città con il nome di Donna era giunto il momento di riposare un tantino. Il suo Stato interessante era tale che, per almeno nove mesi, avrebbe dovuto riguardarsi e stare al riparo dagli imprevisti. D’altronde il tempo del rinnovamento s’avvicinava, le urne scalpitavano ogni giorno di più, e nel ventre urbano ogni movimento sembrava una scalciata. Il sindaco Baracca del Rampante Cavallino

Ù rispiett’ d’ù Sinnacu i ccà [Trad. Il rispetto del sindaco da queste parti]

Ù rispiett’ d’ù Sinnacu i ccà   Mo mi mint’ ccà à capa n’terra e fazzu nu giru n’cap’ù cuzziett’ Vuogl’ pinzà ca vene na guerra che tuttu stu munn’ mint’in resét   Allura tuttu d’accapu, facimu torna l’elezion’ Facimu cumu si fussa passata na rivoluzion’   «Candidato per la lista: “Brigadiero Presidente…”» Grida na machina cu cassi chi sonanu «Questa sera…» sienti na vuce mmienz’à gente «… apertura della

L’idea geniale della Piazzetta

Una vita e solo il vento a stormir tra quelle mura separate da catrame e da cemento con illuminazione da paura   Ma ora i tempi son cambiati Splende fulgido il Natale Con bandiere e altri assemblati Tutti a led, è l’ideale   Patrio orgoglio nazionale ostentato anche in Europa nella Nato che è arsenale e contro l’Isis usa la scopa   Sfavillante è quindi il Corso l’Arco, i pisciariedd’

Città con il Nome di Donna – Neuro, Supertossico Batterio

Come già aveva avuto modo di affermare durante le fasi di una convulsa assise municipale, il sindaco Baracca del Rampante Cavallino conduceva un’esistenza caratterizzata dalla convivenza con taluni superpoteri. La sovradimensione umana di un semplice amministratore, secondo la sua confidenza “pubblica”, s’attivava al pensiero d’essere il “primo” cittadino, cosa che gli forniva un immediato appeal mediatico e la forza di altre otto braccia, pronte ad alzarsi alla prima votazione utile.

Invocata preghiera, una maledizione per i disumani [«per quanto voi vi crediate assolti…»]

Che Dio ti benedica   Quando al mattino ti svegli poggi i piedi per terra ti stropicci gli occhi   Che Dio ti benedica   Quando attraversi la strada a mente libera o ingolfata Mentre bevi un caffè   Che Dio ti benedica   Quando baci la vita Quando la prendi a calci Quando piangi e ridi in solitudine   Che Dio ti benedica   Quando sei insieme alla folla

E lu sinnacu rispuse: «Sefate lu fermafuru!» [Ed il sindaco risposte: «Sefate il Fermaforo»]

E lu sinnacu rispuse: «Sefate lu fermafuru!»     Dici ca mintanu tri luci culurate Ca pu su ssia, dudici, tutte alluminate Dici c’ù fann’ ppì dare sicurezza A chiri c’attraversano in tutta giovinezza Dici ch’ì mintanu supra alla statale Cura collaborazione i nu consigliere provinciale Dici c’accussì “tamponano ù problema” Supra a na strada ca continua a fare pena Dici c’allu cumune na vuce s’è levata Sula dintr’à na

Città con il Nome di Donna: La faccia (almeno) si salva?

Era il momento delle incerte certezze al San Settembrino. Sebbene il sindaco Baracca del Rampante Cavallino, continuasse a non fidarsi di nessuno, la vita amministrativa riusciva comunque a prendere fiato. Risparmiarlo, il fiato, era difficile. L’esecutivo guidato in sostituzione da Fieramosca Scanu riusciva a malapena a non farlo passare tra le corde vocali, tanta era la voglia di “sprecarlo”. Fortunatamente gli oppositori tacevano anch’essi, smaniosi di conoscere gli esiti delle