La messa e’ rimandata

Il nuovo film di Moretti è una riflessione sulla profonda crisi che coinvolge ogni ambito della società contemporanea

Habemus Papam
Michel Piccoli in “Habemus Papam”

Dice il salmista: “Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me” (Sal 23, 4). Il cardinale Melville (affettuosa citazione del regista di “Léon Morin, prete”?), appena eletto papa, deve dunque aver perso la fede a giudicare dall’urlo terrificante, biblico, con cui interrompe la sua stessa cerimonia di investitura. In effetti in tutto il film non lo si vede pregare mai, almeno non in modo esplicito; anche i suoi confratelli non sembrano molto certi della loro fede visto che, invece di invocare la grazia divina in estenuanti riti religiosi, molto pragmaticamente chiamano uno psicanalista. Ma sin dalle prime sequenze il film ci mette in guardia dal credere alle apparenze: il buffo giornalista che non distingue fumate bianche da fumate nere, o la bella immagine del balcone di S. Pietro con il suo elegante sipario rosso che si apre su una scena vuota, buia, nera. Si entra quindi nel grande e solenne immaginario delle cerimonie vaticane, grandiose messe in scena di una realtà altrimenti inafferrabile. È chiaro che a Moretti non interessano i grandi scandali finanziari e sessuali, in fin dei conti inevitabili in una grande istituzione così impregnata di temporalismo e materialismo come la Chiesa cattolica dall’editto di Costantino in poi. Al contrario quello che più interessa qui è da una parte la dimensione personale, dei singoli credenti, indagata con uno sguardo discreto sulla gente comune nei bus, nelle botteghe, nei negozi; dall’altra l’aspetto della messa in scena come strumento caratteristico, anzi essenziale in una istituzione basata sulla fede cieca, non importa se di tipo religioso, ideologico o artistico.

La prima parte del film mostra quindi il confronto tra un papa e uno psicoanalista, tutti e due con qualche problema di autostima. Il cardinale Melville fugge dal chiasso e dal frastuono del Vaticano per cercare un po’ di pace nella città silenziosa; fugge anche dalle architetture severe, dai protocolli rigidi, dalle aspettative ineludibili di credenti e media per immergersi in un mondo fluido e necessariamente più umano. Il dottor Brezzi dal canto suo deve riconoscere che la sua reputazione (“Lei è il migliore”) probabilmente è immeritata visto che non potendo indagare per motivi di opportunità sui soliti conflitti irrisolti dell’infanzia e dell’immaginario sessuale non arriva a capo di nulla. Le sue granitiche certezze subiscono un colpo fatale ad una domanda scontata e apparentemente innocua: “Lei è credente?”. Lo psicologo per tutta risposta si lascia sfuggire un “Purtroppo no”. Quel semplice “purtroppo” sintetizza la profonda inquietudine di un uomo a cui piacerebbe credere che le ingiustizie e le violenze di questo mondo hanno se non un motivo almeno un significato, che la morte non sia la fine di tutto e che un giorno potrà incontrare di nuovo le persone che se ne sono andate troppo presto. Si può anche individuare un parallelo tra le inquietudini di un papa sopraffatto dalle proprie responsibilità e di un regista come Moretti da sempre impegnato anche in campo politico: il film rappresenta in termini più estremi le stesse crisi di un regista oppresso dalla responsabilità di un movimento civile che non riesce a decollare e che quindi cerca rifugio nel cinema.

Nella seconda parte il caos sembra ricomporsi: lo psicologo organizza un torneo di volley nel tentativo di riportare un ordine darwiniano in quello che lui giudica un disordine irrazionale; il papa finalmente trova un ambiente consono al suo stato d’animo in una città discreta, accogliente e serena. Le sequenze frammentate, sfilacciate di questo papa fuori del suo ambiente e costretto a nascondere la propria identità ci restituiscono l’immagine di un essere titubante, goffo, alle prese con la paradossale impresa di fingere di essere se stesso: semplicemente un uomo. Qui entra in scena il deus ex machina: un attore pazzo che mostra senza pudore quanto sia labile il confine tra realtà e finzione. Questo attore logorroico che oltre alle battute del copione enuncia anche le didascalie, e giustamente viene portato via in ambulanza, oltre ad essere un efficace contraltare ad un papa incapace di agire è anche lo strumento risolutivo dei suoi blocchi; e con la sua spudoratezza fornisce una imbarazzante e fin troppo eloquente rivelazione di un potere altrimenti assolutamente impenetrabile.

L’approccio rigoroso alla tematica del non voler rinunciare alla propria umanità è rispettato anche nello stile: ci mostra giustamente un papa malinconico ma non rinuncia all’ironia neanche quando tratta temi molto seri. Non rinuncia a portare all’estremo le premesse: nel rappresentare un evento “impossibile” come la rinuncia di un papa alla designazione divina; o la lunga sequenza del torneo di volley tra improbabili squadre di sacerdoti totalmente incapaci che si esaltano come dei grandi campioni, un’ottima occasione per ridere dello sport e della sua psicologia da quattro soldi. Questo far saltare continuamente le regole del gioco affiancato all’analogia tra prassi religiosa e finzione teatrale-cinematografica porta inevitabilmente ad interrogarsi sulla credibilità dell’una e dell’altra. Il finale non ci dice se l’attore pazzo e il papa siano “guariti”: al pubblico basta che recitino la loro parte per credere ciecamente alla messinscena.

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