L’apocalisse secondo Lars

Un depresso von Trier nell’impresa impossibile di raccontare la fine del mondo in “Melancholia”, forse il film più bello in concorso a Cannes 2011

Melancholia
Kirsten Dunst in “Melancholia”

La fine è nota, sin dalla prima sequenza: Melancholia, misterioso pianeta gigante che vaga indifferente nello spazio, entra in rotta di collisione con la Terra fino a distruggerla. O forse è la Terra a gettarsi passivamente nell’abbraccio mortale di Melancholia. Il concetto è ribadito in una lunga sequenza di immagini estremamente rallentate, fotogrammi di grande fascino in cui la percezione del movimento rimane sospesa in un mistero inspiegabile e che rimandano ad un immaginario delle arti figurative e musicali che gioca un ruolo centrale in tutto il film. Immagini che rivedremo con altro stato d’animo e con altra consapevolezza più avanti, in uno strano effetto di déjà-vu. E nonostante la fine sia nota, si continua vanamente, inspiegabilmente a (di)sperare e a vivere. Stavolta il proverbiale freddo rigore di von Trier cede il passo ad una stanca indulgenza, atteggiamento che mette in una luce diversa l’apparente cinismo dei film precedenti. Ma la fine arriva, e ci coglie irrimediabilmente soli: se ne accorge Claire quando gli eventi precipitano e si rende conto che è impossibile raggiungere altri esseri umani. Un dramma personale, intimo che si spalanca in un baratro di dimensioni cosmiche: qui non basta la morte soggettiva, ci vuole la catastrofe totale.

Di questa invincibile inerzia l’arte appare frutto quasi involontario, ultimo appiglio, inutile consolazione nel momento estremo; inspiegabilmente l’angoscia produce opere affascinanti, sublimi, come ci dimostrano i ripetuti riferimenti alla pittura surrealista e simbolista. Potere delle immagini:

Justine cerca di porre rimedio al crollo di tutti i suoi punti di riferimento sostituendo le opere di arte moderna, troppo libere da ogni simbolismo e allusione, con i rassicuranti quadri del rinascimento fiammingo e italiano, dove perfino il visionario Bosch sembra più sopportabile di quelle astratte e rigorose composizioni di forme geometriche. La biblioteca rimane solido rifugio in un mondo che si sgretola, nel vuoto psicologico evocato dalle disorientate inquadrature con la camera a spalla secondo i dettami del Dogma e dall’indolente montaggio in una strana estate cristallizzata in vana euforia di sgradevoli riti familiari e sociali.

Con l’autunno, nella medicina antica associato al carattere malinconico, arriva una calma apparente, in attesa dell’epilogo. Con l’aria di un fantasma tornato dall’aldilà Justine si aggira inebetita nello stesso castello vivace e vociante della prima parte che ora è diventato una tomba; il ritmo del racconto si adegua e si fa più rigido. Esausta, Justine cerca ora di fondersi il più possibile all’elemento terra, anch’esso tradizionalmente associato al carattere malinconico, e in questa sua simbiosi con la natura assume la capacità di vedere oltre, di intuire, di sentire: e quello che vede non è bello. Infine il desiderio di fondersi con Melancholia, immergendosi nella sua luce spettrale: il segno della resa. L’immobilità che la pervade le impedisce di reagire e la costringe ad assistere inerte alla fine; al contrario l’uomo convenzionale John prende atto della catastrofe e preferisce accorciare l’agonia piuttosto che lottare. Solo l’artista riesce, o è costretto, ad andare fino in fondo, ad assistere al sublime, ciò che costituisce l’autentico enigma di questa storia e del modo in cui viene raccontata.

Nel finale le inquadrature più strette e una luce malata acuiscono l’angoscia per la fine ormai imminente. Tutto risulta distorto: anche la colonna sonora, l’ouverture del Tristan und Isolde di Wagner tagliata e rimontata per adattarsi al ritmo delle immagini perché la fine del mondo incalza, Melancholia ormai occupa tutto lo spazio, visivo e sonoro. A pochi istanti dalla fine la tempesta lascia il posto ad un timido rasserenarsi, ma è una luce incerta, che non promette nulla di buono proprio perché è troppo rassicurante. Nella musica i cromatismi descrivono e assecondano l’avvicinarsi di Melancholia, sempre più oppressivo. Una successione di scale ascendenti, in crescendo e in tonalità maggiore, e la rassicurante languida luce di un’alba fuori tempo inducono alla speranza ma la sequenza sfocia in un accordo fortissimo in tonalità minore: ed è la fine. La luce, la musica, l’ultimo straziante abbraccio: ecco la malinconia, il rimpianto di quello che sarebbe potuto essere e non è, né sarà.

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