Piccoli Cheyennes crescono

Sorrentino va negli USA e si concede un’overdose di Sean Penn in questo film on the road

This Must Be The PlaceSorrentino è quel regista che può far volteggiare una casa sopra le teste delle persone come se fosse la cosa più naturale del mondo. A volte la leggerezza è necessaria per gestire il peso di certe storie private o collettive. E poi a scuola ci hanno sempre detto che il genio è colui che fa apparire semplici cose estremamente complesse. Nel suo film più autobiografico Sorrentino esplora il tema prediletto della diversità trasformandosi in Cheyenne, rock star un tempo idolo di orde di adolescenti ora in ritiro nella sua riserva come i nativi americani di cui porta il nome. Ritiro orgoglioso e doloroso, in continua lotta contro pregiudizi, nevrosi e complessi. Bambino mai cresciuto, affronta ogni impresa col cipiglio di ogni bambino tutto preso nei suoi giochi, serissimo e al tempo stesso agile e soave. Sul piano visivo questa ambivalenza si traduce nella scelta dell’immagine panoramica, di solito utilizzata in contesti solenni e statici, in continuo movimento; come nella bella sequenza centrale del concerto in cui una casa (abitante compresa) fluttua leggera sopra i musicisti e il pubblico.

Il film comincia e finisce con l’immagine di una donna alla finestra che guarda fuori, in attesa del ritorno di una persona molto cara che se ne è andata senza dare più notizie. Sorrentino ha dichiarato che da ragazzino passava le giornate in casa a guardare dalla finestra quello che accadeva fuori. Era un po’ come andare al cinema ma col vantaggio di non dover pagare; eppure in questa esperienza di osservare il mondo reale come se fosse un film c’è qualcosa di particolarmente intrigante perché è presente, in potenza, la possibilità di interagire con gli attori, di indurli a comportarsi in un certo modo nel momento in cui si sentono osservati. Certamente si può fare esperienza della vita anche solo osservando quello che accade, ma qui si va oltre perché l’ambizione è far accadere le cose: con esiti esilaranti come nella sequenza del pattinatore che cade a causa dello sguardo insistito di Cheyenne, più seriamente come nella sequenza finale in cui Cheyenne appare cambiato, forse proprio per opera o come conseguenza di uno sguardo. Qui il confine regista/attore si rivela molto labile: Cheyenne si trucca perché si mette in scena, perché sa di essere osservato; ma una volta di più il suo travestimento è anche un modo per riversare le proprie nevrosi nel personaggio.

Con questa consapevolezza, Cheyenne/Sorrentino non può che farsi guidare dall’arte: sente che un posto è quello giusto semplicemente perché è bello. È bello il volto di Sean Penn, sempre diverso nonostante si imponga una maschera, si sforzi di non tradire emozioni come è d’obbligo per una rock star dark, e suo malgrado non c’è sequenza in cui quel volto non sia presente. È bello vedere con quale naturalezza dalla malinconia del personaggio scaturisca il ritmo languido del film, come languida è la colonna sonora, continua ed eterna variazione del brano naïf che ne dà il titolo ed i dialoghi recitati come versi di una canzone. Perfino il passaggio all’età adulta è più malinconico che traumatico: al momento della resa dei conti l’ex aguzzino, ormai inerme ma non per questo meno inquietante, enuncia lucidamente le dure prove della vita: l’imitazione come mezzo necessario per trovare posto nel “gruppo”, al prezzo del tradimento della propria identità; e le umiliazioni che deve aver vissuto anche Cheyenne da adolescente in quanto diverso. Diverso ma anche curioso, al punto da fare violenza al suo temperamento apatico per trovare l’aguzzino che invece di godersi la pensione si è costruito il suo campo di concentramento privato nelle sconfinate pianure USA e vi si è confinato: ma quella che vediamo è ben altra neve che ad Auschwitz. Tuttavia il posto non può che essere questo: insopportabilmente bello. Ed è ancora grazie alla sua diversità che Cheyenne si oppone ad una visione banale e infantile del mondo: qui l’aguzzino è magro e vulnerabile come un deportato mentre il cacciatore di criminali nazisti è un arrogante macho.

Al termine delle sue peregrinazioni Cheyenne dismette il suo travestimento in una brevissima sequenza, apparentemente consolante: forse è semplicemente diventato meno cinico, ammesso che lo sia mai stato davvero, e vuole rassicurare la donna alla finestra che anche solo un’attesa, uno sguardo possono modificare il corso della storia, o di un film.

 

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