Il cinema dissezionato di Almodóvar

Il regista spagnolo torna con un thriller psicologico misurato ed emozionante, protagonista Antonio Banderas

La Piel Que HabitoL’eterno conflitto tra apparenza e sostanza, tra immagine e realtà: un film, che non è una semplice successione di immagini in movimento ma essenzialmente costruzione di senso, ritmo, a volte desiderio di assenza di immagini, è il laboratorio ideale per giocare con i simboli, svelare paradossi, sperimentare eccessi.

Ben in armonia con la poetica tipicamente almodovariana degli outsiders, il tema dell’amore impossibile tra lo scienziato pazzo e la sua mostruosa creatura di questo film offre un ottimo pretesto per una riflessione sul cinema: il rapporto tra contenuto e rappresentazione diventa qui conflitto tra identità e aspetto esteriore, sia nella finzione che nella costruzione stessa della finzione. Il chirurgo Almodóvar, non senza una certa dose di sarcasmo, cuce sul latin lover Banderas la dura pelle di uno scienziato freddo e determinato; e sulla algida Anaya il carattere di una seducente e irriducibile cavia umana. Sul piano attoriale, dietro l’intricato svolgersi degli eventi non assistiamo ad altro che alla lotta tra la necessità di adattarsi al ruolo-pelle-abito imposto da una entità superiore e l’ineluttabile prorompere della propria identità, il tutto giocato intorno ad un simbolo, la pelle, che è contemporaneamente frivolo strumento di esibizione e quanto di più strettamente e intimamente connesso alla propria fisicità. Sul piano registico, l’auto-svelamento avviene nel momento della drammatica svolta del cambio di sesso: la pulsione che induce Robert ad approfittare della vendetta non solo per svolgere indisturbato le sue ricerche proibite ma anche per riportare in vita la moglie defunta, introducendo la trasformazione di sesso come necessaria per soddisfare il proprio desiderio, corrisponde al bisogno evidentemente insopprimibile del regista di fare film.

Almodóvar dissemina la pellicola di spunti che sembrano suggerire una ulteriore riflessione sul suo stesso modo di fare cinema, manipolando e cucendo, in maniera apparentemente distaccata e accademica ma in realtà con estrema consapevolezza, una trama in partenza ben poco almodovariana in modo da adattarla al suo universo estetico, comunque attraverso un uso sorprendentemente moderato dei colori (spesso la sensazione è di vedere un film in bianco e nero) e con ambientazioni a tratti molto essenziali invece dell’abituale ricorso alla saturazione e al kitsch. Così come è immancabile il ricorso all’ironia: Vera è tutto meno che una persona autentica; impegnata, e in fondo costretta dagli eventi, ad una continua ed estenuante recita. Dietro l’apparente artificiosità di una sceneggiatura e di una messa in scena molto costruite, estremamente controllate e fredde ma al tempo stesso fluide e coinvolgenti, come la pelle di Vera cucita meticolosamente per non far vedere i punti di sutura, traspare un evidente autocompiacimento per la perfezione del proprio lavoro.

Infine il tema della prigionia: la villa-carcere, autentico tempio dell’immagine celebrata in ogni forma; lo stesso laboratorio in cui Robert si rinchiude per poter “liberamente” sperimentare; la cantina in cui langue il malcapitato Vicente; l’armadio-rifugio della piccola Norma; la camera da letto della moglie sfigurata; il ridicolo costume di Zeca, al tempo stesso espressione di libertà e strumento di dissimulazione; e dentro tutte queste mura la prigione più atroce: la nuova pelle di Vera. Anche il montaggio, ciclico e claustrofobico nei suoi estenuanti ricorsi, è esso stesso una ulteriore rappresentazione della prigionia, nell’accezione di destino ineluttabile: ne è un ottimo esempio a metà film la lunghissima dissolvenza incrociata, a prima vista retorica e anche un po’ melensa, che al tempo stesso unisce e separa i due protagonisti e che si rivelerà in tutto il suo senso atroce solo molto tempo dopo.

E ce n’è anche per lo spettatore: l’ingenuità a volte disarmante di Robert, che dovrebbe essere un uomo posato e razionale, ma che ripone una fiducia del tutto ingiustificata in Vera, non è altro che la volontà dello spettatore di farsi ingannare, di voler sperimentare fino a che punto riesce a farsi coinvolgere. Fino all’emblematica sequenza conclusiva in cui l’abbattimento della prigione avviene attraverso un atto che è al tempo stesso riconoscimento reciproco, confessione e svelamento; e tutto questo “semplicemente” per mezzo del più ovvio surrogato della pelle: un abito.

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