La Mafia fa schifo, questo è un dato di fatto. A tutti coloro che per Mafia sono morti, e ovviamente mi riferisco a coloro che nella “lotta alla Mafia” sono morti, andrebbe dedicato il più alto riconoscimento che l’umanità è in grado di produrre e credo – forse presuntuosamente – che questo consista nel ricordo perpetuo, nel pensiero presente e nella proiezione futura.
Un po’ come la percezione di se stessi, quel pensiero presente che ci accompagna in ogni azione indipendentemente dalla carta d’identità assegnata dall’anagrafe, quel sentimento che ci pone in relazione con il mondo e che mai cesserà d’essere. C’era prima del nostro nome, ha preceduto i nostri primi passi e ci sarà poi, sempre, fino a che morte non ci separi.
Ebbene, penso che per onorare i morti nella lotta contro le Mafie, sarebbe bene fare del loro agire il “nostro” agire, della loro lotta: la “nostra” lotta; della loro vita: la “nostra” vita.
Così si riattualizzerebbero le ragioni per le quali tutte le vittime di Mafia hanno perso la loro vita. E le vittime delle Mafie diventerebbero immortali, presenti, e ci accompagnerebbero sempre, come la percezione di noi stessi. Indipendentemente dai mausolei a loro dedicati, vere e proprie carte d’identità alle quali taluni ricorrono quando sperano di ritrovarsi, le esemplari persone “cadute” nella lotta avrebbero un’altra opportunità di continuare la loro opera.
Qualcuno crede che la propria identità sia quella stampata sulla carta filigranata che porta addosso e, confondendo la burocrazia con il proprio essere cittadino, si muove nella realtà solo dopo che le istituzioni si sono mosse. Ma le istituzioni sono fatte da uomini che, interpretando di volta in volta il codice che regola l’ente di cui sono parte, compiono azioni non necessariamente contrassegnate dall’aggettivo “giusto”.
Il cittadino che crede esclusivamente nelle istituzioni ed agisce secondo le azioni “istituzionali”, è un cittadino a metà. Uno che non protesta alle svalutazioni del proprio “potere” (nel senso di potenzialità da mettere in atto), perché pensa che se la decisione è un’azione assunta dalle istituzioni, è stata effettuata in relazione alla vera “identità” che stampata e ripiegata porta in qualche antro del portafogli o della borsetta. Non partecipa, non prevede e allibisce in continuazione. Assuefatto alle comunicazioni “istituzionali” crede che queste rappresentino il miglior viatico per un agire etico. Demandando alle “istituzioni” il ruolo proprio della coscienza, dimentica il resto e smette di essere parte di un popolo più grande, quell’umanità che esonda dai confini della Patria perché vive nel Mondo. Quindi si lascia indottrinare e delle differenze con gli altri fa punte di lancia e non punti d’incontro.
Per un esempio, è utile pensare all’odio dei leghisti che si rifanno all’istituzione del Dio Po, vero e proprio monumento dinamico, che ha concesso ai sacerdoti di questa fede di agire indisturbati in un nodo di corruttele degne dei diavoli maggiori dell’Inferno dantesco. Un leghista è “padano”, ed in base a questa carta d’identità, agisce. Non si domanda perché, ma agisce. E modifica la realtà senza esserne parte. Come pure utile è pensare a tutti quelli che, solo per il fatto di mettere addosso una maglietta con su scritto “e adesso ammazzateci tutti”, credono d’aver compiuto il loro dovere contro le Mafie.
La precedente amministrazione cittadina, a Paola, “[…] si è caratterizzata per aver intitolato vie, larghi, ecc. ai paolani che persero la vita per mano mafiosa e per aver combattutto (“combattuto”, n.d.r.) contro il nazi-fascismo. Per ultimo – il 1° maggio scorso – la villetta di Piazza 1° Maggio (nei pressi della caserma dei cc), è stata dedicata a Placido Rizzotto, elemento di spicco del PSI, sindacalista della CGIL ucciso dalla mafia per il suo impegno a favore del movimento contadino per l’occupazione delle terre[…]”. (il virgolettato è parte di una nota stampa della locale segreteria del PSI reperibile all’indirizzo: http://sbirciapaola.wordpress.com/2012/06/10/dalla-segreteria-del-psi/).
Ebbene, in base a quanto detto sino ad ora, quante di queste intitolazioni hanno contribuito a debellare il fenomeno mafioso in città? Poche a giudicare dagli arresti effettuati recentemente nelle varie operazioni portate a termine da magistratura e forze dell’ordine. L’antimafia istituzionale, la carta d’identità del popolo che partecipa soltanto alle intitolazioni, non ha funzionato. Senza l’intervento di magistrati ed agenti, a Paola staremmo ancora vivendo pienamente il fenomeno mafioso. Le piazze, i larghi e le vie, non sono state barriere. La vera barriera sarebbe stata eretta se il popolo avesse maturato una propria, consapevole, antimafiosità. E ciò non è successo e non succede.
Se poi la magistratura è anche costretta ad indagare su servizi di guardiania affidati da poteri definibili “istituzionali” a persone coinvolte in altre indagini, allora è palese che consegnare la propria identità di cittadino soltanto agli enti che regolano il vivere civile non è un agire etico.
Ora, a Paola, la recente amministrazione cittadina sta distinguendosi per il pedissequo rimaneggiare di opere esistenti: l’eliminazione dell’isola pedonale sul lungomare, lo stravolgimento della raccolta dei rifiuti ed ora la reintitolazione di luoghi. Fino a che è stato possibile ricondurre tutto questo alla smania di cancellare le tracce dell’amministrazione precedente, allora era comprensibile immaginare un risentimento ed un’acredine tali da sradicare ogni opera non condivisa nel recente passato, con la voglia di interpretare il territorio in maniera diversa e, secondo i paladini delle iniziative, migliore. Ma adesso qualcosa è cambiato.
Non più titoli della precedente amministrazione ma anche titoli del secolo scorso.
La domanda è: per combattere la Mafia era proprio necessario cambiare il nome della Villa “Umberto I°” in villa “Carlo Alberto Dalla Chiesa”?
Cioè, non che al Generale non spettasse un riconoscimento del genere, ma perché al passato Re d’Italia è stato tolto? Se “Villa Borghese” diventasse “Villa Peppino Impastato”, Riina sparirebbe?
Vorrei tanto, ma non per questo voglio sentirmi “cittadino”: a me piace partecipare, soprattutto delle scelte.
Francesco Frangella
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Splendida analisi dei meccanismi che da sempre ci regalano una carta d’identità falsa in cambio dell’autentica appartenenza ai valori, unica vera strada per riconoscersi.