Il viaggio al termine della notte di Jep

L’Oscar per il miglior film straniero va al bel film di Paolo Sorrentino, viaggio vertiginoso tra le vette dell’arte e gli abissi della mediocrità

LaGrandeBellezza
Toni Servillo in “La grande bellezza”

C’è qualcosa di esilarante nell’entusiasmo con cui è stato accolto l’Oscar a “La Grande Bellezza” da parte del mondo dell’arte, della cultura e della politica: un corto circuito surreale in cui proprio quei mondi così spietatamente rappresentati e irrisi applaudono e celebrano il proprio vilipendio. Sorrentino realizza un capolavoro di ironia e di maestria nel mostrare la mediocrità kitsch dell’alta società e lo squallore dell’élite intellettuale con immagini bellissime ed una perfetta scelta di musiche; mediocrità e squallore che in realtà sono già divenuti “arte” (povera?) attraverso la televisione; il tutto grazie ad un produttore e distributore, Medusa (Berlusconi, per intenderci), che è proprio il simbolo di quel mondo.

Il film si apre con una vertiginosa panoramica sulle bellezze della città eterna accompagnata da una musica di tono elegiaco, contrasto che sottolinea il senso di questa inadeguatezza di fronte a tanta bellezza che scoraggia e annienta, come il turista giapponese che cade esanime sul Gianicolo. Di fronte a tanta profusione di opere d’arte i simboli giustamente si sprecano: un Giano bifronte che guarda al passato e al futuro, le vasche d’acqua come specchi: per tutto il film Jep non fa che interrogarsi su come, da promessa della letteratura, si sia trasformato in un astioso critico d’arte; e non fa che osservare con disincanto, a volte spietato, gli altri personaggi, e a criticarli; consapevole di stare osservando e giudicando proprio se stesso. In quale momento è avvenuto il passaggio da artista ispirato a vacuo viveur, si chiede Jep osservando l’installazione dell’artista che si è fotografato ogni giorno per tutta la vita? Il gioco di specchi si ripropone con gli altri due personaggi più vicini a Jep: Romano e Ramona (anagramma di “romana”), simboli della città, che sopravvivono tra amaro realismo, ironia e cinismo. Ed anche Elisa, il primo vero amore destinato a non realizzarsi di Jep, è il suo perfetto doppio, perché come lui ha abbandonato il suo vero amore per una vita di finzione; e nel rimpianto di quello che sarebbe potuto essere e non è mai stato, tutto è idealizzato: persone, città e cose.

Il film è stato spesso citato per presunte citazioni a “La dolce vita”, di cui però ha completamente ribaltato la prospettiva: laddove Fellini adotta il tono della partecipazione e della compassione, qui c’è una netta distanza, una gelida presa d’atto di un mondo in decomposizione. Se all’epoca Roma e via Veneto erano cool, oggi quel mondo appare out, volgare, vuoto. Come il Marcello Rubini de “La dolce vita”, Jep passa attraverso una serie di delusioni e traumi: il suo problema è capire se l’essere sommersi dalla bellezza sia solo un pretesto per giustificare l’impasse creativa oppure un sollievo in tempi duri. Questa sensibilità è il prezzo che l’artista paga per poter creare, e non può evitarlo. Come una droga, come un eterno party, non può farne a meno, lo fa stare bene e lo uccide allo stesso tempo. La grande bellezza rimane distante e inarrivabile: come nella sequenza della visita notturna nei palazzi romani (tutti rigorosamente non accessibili al turismo di massa) in un’atmosfera sospesa tra sogno e scavo archeologico, o meglio ancora catacomba; come la visita della nobile decaduta alla sua culla che ricorda tanto certi monumenti funebri. E perfino la ballerina discinta e perplessa nella festa di compleanno di Jep è dietro ad un vetro: come un oggetto da museo o una divinità pagana. Reliquie del passato da venerare o da compatire oppure oggetti di studio, che emanano potenza e forza e allo stesso tempo appaiono incredibilmente fragili, che sembrano doversi sbriciolare al minimo contatto. Da qui il ricorso alle gru, quelle meccaniche artefici delle instancabili panoramiche della macchina da presa e quelle “vere” (rigorosamente in computer graphics) che prendono il volo dal terrazzo di Jep, un volo che non tocca, uno sguardo a distanza, tentativo di acchiappare qualcosa che sfugge sempre. L’unica possibilità rimasta è vedere, fare esperienza e poi andare via, guardare da lontano; probabilmente l’unico modo per tornare a creare. Quell’abisso tra la meschinità e l’aspirazione alle vette dell’arte evidenziato dalla gru nella sequenza iniziale si ribalta nella sequenza finale in cui Roma e i romani sono osservati dal fiume, dal basso.

Forse le uniche vere citazioni felliniane sono tratte piuttosto da “8 e 1/2”, come il cardinale Bellucci che chiude il finestrino della sua auto dopo aver dato una non risposta a domande evidentemente troppo impegnative.

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