Telecamorra, guerra tra clan per il controllo dell’etere. Intervista ad Alessandro De Pascale

di Claudio Metallo

Come recita la quarta copertina, Telecamorra, guerra tra clan per il controllo dell’etere (Lantana Editore, pp.244, €16,50)”è una storia di soldi, clan e potere”.
Ma Telecamorra è anche e soprattutto un’inchiesta giornalistica condotta sul campo e durata quattro anni. Alessandro De Pascale è il coraggioso giornalista che si è speso per seguire la cricca delle telecomunicazioni campana, tra neomelodici, maghi più o meno cialtroni, lotterie improvvisate, ricatti ed estorsioni camuffate da raccolta pubblicitaria.
De Pascale, redattore del mensile ecologista Terra, del settimane Il Punto, nonché collaboratore de La Voce delle Voci, ci ha concesso un’interessante e lunga intervista.

Claudio Metallo: Come ti è venuta l’idea di scrivere questo libro e che idea ti sei fatto dell’etere campano? Ci puoi fare un rapido quadro della situazione?

Alessandro De Pascale: Sono sempre stato un grande appassionato di televisione. Come spesso accade in questi casi, nasce tutto da una segnalazione. Erano gli inizi del 2008 e il ministero aveva da poco fissato il calendario per lo swich-off del digitale. In una manciata di mesi, la Campania sarebbe stata la seconda regione d’Italia (dopo la Sardegna) a passare al digitale terrestre (Dtt), spegnendo per sempre la vecchia tv analogica. Gli interessi in ballo stavano quindi cambiando radicalmente: laddove prima su una singola frequenza si poteva trasmettere un solo canale, col Dtt ce ne sarebbero entrati 6-7. Il loro valore si sarebbe moltiplicato di conseguenza, mentre la nuova tecnologia avrebbe dato spazio a chi già trasmetteva sull’analogico. Mi spiegarono così che i clan dell’etere erano ritornati all’attacco, con nuove occupazioni. Del resto, stava per arrivare una nuova sanatoria, preannunciata con largo anticipo, simile a quella che c’era stata nei primi anni Novanta con la legge Mammì che aveva legittimato la tv privata, “fotografando” l’esistente. In realtà, ritengo si siano verificate situazioni analoghe a quella dell’etere campano anche in altre regioni. La differenza, semmai, è la presenza della camorra, che si inserisce in ogni settore economico possa essere usato per riciclare soldi sporchi, fatturarne di puliti, gestire posti di lavoro e garantirsi così consenso sociale. Ecco come hanno usato la radio e la tv, due mezzi di comunicazione fondamentali perché arrivano direttamente nelle nostre auto o case. Di conseguenza, ho pensato fosse importante spiegare chi si nasconde dietro molte emittenti infiltrate dalla criminalità organizzata. Così è nato questo libro.

CM: Come ha fatto la camorra a mettere le mani sulle frequenze?

ADP: Come spesso accade, grazie ai ritardi e alle inadempienze dello Stato. Partiamo dal presupposto che, come già detto, le radio e le tv private in Italia sono nate a colpi di occupazioni abusive dell’etere, poi sanate per legge, con provvedimenti del tutto simili a un condono. In Campania poi, il far west è stato favorito dalla mancata realizzazione del catasto delle frequenze. Assieme alla Calabria, le uniche regioni d’Italia, a non averlo realizzato. In sostanza, vuol dire che la proprietà di una determinata frequenza si basava esclusivamente su atti di compravendita tra privati. Si è così sviluppato un vero e proprio mercato di questi atti notarili falsi, realizzati grazie a professionisti compiacenti. Le indagini hanno, ad esempio, accertato in più di un caso che persino il timbro dell’Agenzia delle entrate sugli atti di registrazione veniva falsificato. Al numero riportato sopra, corrispondevano, in realtà, atti diversi che non c’entravano nulla con le frequenze. La presenza della criminalità organizzata, il crescente interesse per questo settore e la corruzioni di pubblici ufficiali preposti ai controlli, hanno fatto il resto. Piccole emittenti sono così arrivate a possedere un patrimonio di frequenze superiore addirittura a quello legalmente detenuto da Rai e Mediaset messe insieme. Da una stima approssimativa sono state sottratte allo Stato, e quindi alla collettività, frequenze analogiche per mezzo miliardo di euro. Il cui valore, con il passaggio al digitale, si è poi persino triplicato.

CM: Quale delle storie che hai raccontato nel libro ti ha fatto saltare sulla sedia dicendo:”Non è possibile…”?

ADP: Stavo scrivendo il libro, cercando di ricostruire da dove le emittenti in odor di camorra prendessero i fondi per realizzare le loro nuove sedi. Da piccoli e angusti appartamenti, in una manciata di anni, avevano infatti tirato su intere palazzine, con arene per concerti dal vivo e attrezzature moderne e costose. Poi, una mattina, si è verificato un episodio di cronaca che mi ha costretto a variare l’ordine dei capitoli del libro, per la sua dirompenza. La sera del 13 ottobre 2011, nella zona di Gianturco, ex area industriale della cinta partenopea i cui capannoni oggi sono diventati sede delle principali tv locali, viene arrestata una banda composta da 11 persone. Uscivano dalla sede di Campania Tv, coi mitra in mano, pronti a sferrare l’assalto al cavea della Bsk Service, un istituto che trasporta valori, ha sede proprio in quella zona e quella notte custodiva tra i 35 e i 40 milioni di euro. La tv era in pratica usata come base logistica per sferrare rapine e senza il preventivo intervento della polizia, che quasi sicuramente teneva già sotto controllo il gruppo oppure ha ricevuto una soffiata, il bottino trafugato sarebbe stato di tutto rispetto.
L’altro episodio che mi ha colpito risale al settembre 2009, quando i finanzieri si sono presentati nella nuova sede di Quarto Canale, a Giugliano (Na). Le Fiamme Gialle scoprono innanzitutto che la palazzina di tre piani con 600 metri quadri di spazi, circa 200 a livello, era stata costruita senza nemmeno uno straccio di licenza edilizia. Inoltre, all’interno dello stabile, erano state avviate tutta una serie di attività commerciali, come la sala giochi e il bar, anche queste abusive poiché sprovviste di licenza e dotate di 11 slot machine illegali. Anche Quarto Canale si era infine attrezzata con apparecchiature sofisticate e un’area adibita all’organizzazione di concerti di cantanti neomelodici, senza però aver mai ottenuto (o forse persino richiesto) le relative autorizzazioni sanitarie e di pubblica sicurezza, previste dalla normativa vigente quando in una struttura aperta al pubblico si ospitano tante persone. Scattano così le denunce per violazioni in materia di abusivismo edilizio, gioco d’azzardo e leggi di pubblica sicurezza.

CM: Nel libro parli dei casalesi, dei Sarno… Certe volte sembri divagare dal tema centrale, però di fatto ci racconti che controllare il territorio comporta anche controllare l’etere. E’ solo questo il motivo per cui i gruppi criminali s’interessano delle tv locali? A me ha colpito molto che un editore, De Vita, abbia detto: “la camorra è l’ispettorato territoriale della Campania, cioè la sezione regionale del Ministero delle Comunicazioni”.

ADP: Capisco che a volte le storie dei vari clan o la descrizione del contesto sociale possono non sembrare pertinenti col tema del libro. L’obiettivo, però, è quello di fornire anche al lettore nato e cresciuto in Trentino, piuttosto che in Valle d’Aosta, il maggior numero possibile di strumenti per comprendere la particolare realtà campana, nella quale sono avvenute le storie narrate. Ma soprattutto: chi sono, come sono nate, in quali business sono attive e quanto siano sanguinarie le cosche che controllano il proprio territorio e il relativo tessuto economico, mezzi di comunicazione compresi. Attraverso i quali possono ottenere numerosi vantaggi: ripulire capitali sporchi, giustificare il racket delle estorsioni obbligando i commercianti ad acquistare spazi pubblicitari, spartirsi i fondi pubblici destinati all’emittenza locale (soltanto in Campania, circa 12 milioni di euro l’anno), controllare il delicato settore dell’informazione, inviare messaggi in codice agli affiliati in carcere e gestire i posti di lavoro dell’indotto. Un fattore, quest’ultimo, che soprattutto in una città dove la disoccupazione è il triplo di quella nazionale, gli consente di ottenere un notevole consenso sociale. Un’infiltrazione di queste proporzioni e un’illegalità diffusa a tal punto nell’etere, non sarebbe stata possibile senza favoritismi di vario genere da parte delle autorità di controllo. De Vita, editore romano che quando decise di sbarcare in Campania con la sua tv ha dovuto affrontare un vero e proprio calvario, ha denunciato proprio questo: che per non avere problemi toccava pagare. Anche altri editori hanno raccontato di rolex che sarebbero stati regalati ai funzionari della sede campana del ministero, a cui spetta il compito di vigilare sul rispetto delle regole nell’etere. Tanto che due di loro, sono a processo per aver consentito la vendita di frequenze che erano addirittura in custodia giudiziaria.

CM: Tra i neomelodici e le tv private campane c’è un rapporto strettissimo. Come mai? Ci puoi fare un esempio eclatante contenuto nel libro?

ADP: Il genere neomelodico, fenomeno esclusivamente napoletano i cui cantanti sono oggi arrivati alla terza generazione, è stato inventato dal capoclan Luigi Giuliano di Forcella. Questo boss, che gestiva una casa discografica (la Phonosud) ufficialmente di proprietà del cognato, sostiene di aver scoperto e lanciato Gigi D’Alessio, al quale avrebbe persino scritto le sue prime canzoni. Non per niente, Giuliano è un boss iscritto alla Siae e non è nemmeno l’unico. “Chill’ va pazz p’te”, ad esempio, è un famosissimo brano che porta la sua firma. Cantato da Ciro Rigione, meglio noto come Ciro Ricci, ufficialmente ha venduto 400mila copie vendute, oltre un milione calcolando il sommerso ed è diventato la colonna sonora del film di Antonio Capuano “Pianese Nunzio, 14 anni a maggio”. Numeri da disco d’oro. Oggi sono numerosi i boss iscritti alla Siae che scrivono canzoni, libri o poesie e addirittura sceneggiature cinematografiche e televisive, che elogino le loro gesta. I clan sono così diventati casa discografica o di produzione, agenzia di spettacolo, radio e tv; per fare quattrini, certo, ma soprattutto per fare scuola di camorra, educando le nuove generazioni al culto dei boss e ricordando le regole proprie delle mafie. Un fenomeno molto simile a quanto avviene in Messico, dove i cartelli della droga producono film (il cinenarco) e hanno propri cantanti a libro paga, i narcocorridos. Vietati per legge nelle radio e tv del Messico, questi spopolano su internet e riempiono le bancarelle. Proprio a causa dei messaggi apologetici, persino alcuni Stati Usa nel 2011 hanno deciso di vietarne i concerti. Anche in Campania, non tutto il neomelodico, ma una buona parte, è fatto di «cantanti di malavita», dai quali prende le distanze anche Nino D’Angelo, padre del genere. Per la camorra sono galline dalle uova d’oro. Cantano nelle feste sia pubbliche, quelle di paese finanziate dai Comuni, sia private (battesimi, compleanni, comunioni e matrimoni): 45 minuti di esibizione possono valere anche 10mila euro, quasi mai dichiarati nei redditi. Vengono ospitati a ciclo continuo su radio e tv, alcune delle quali fanno ormai neomelò 24 ore al giorno. Il business neomeolodico muove così un indotto impressionante, quasi interamente a nero, con i posti di lavoro gestiti direttamente dai clan. Dopo l’uscita del mio libro, con l’operazione “Canta Napoli”, la Guardia di Finanza ha contestato a due cantanti (Tommaso Riccio e Antonio Ottaiano) un’evasione fiscale da ben 8 milioni di euro.

CM: Quando si parla di tv in Italia, spunta il nome di Berlusconi. Come entra nella vicenda di Telecamorra?

ADP: Partiamo dal presupposto che la fortuna delle tv del Biscione, quando ancora non esistevano i format, è stata data anche da programmi inventati dalle piccole tv locali che i talent scout pagati da Cologno Monzese vedevano e riproducevano. C’è poi la questione dei furti ai ripetitori. La sentenza che ha portato alla condanna dell’ex senatore Pdl Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa, parla del pizzo che l’allora Fininvest avrebbe pagato a Cosa Nostra per evitare furti e attentati ai ripetitori del gruppo in Sicilia. In mezza Italia, tranne che in Campania e in Sicilia, le razzie ai danni delle torri di trasmissione Mediaset avvengono tuttora. Dietro questi furti, favoriti dal fatto che ogni postazione è dotata di apparecchiature di riserva identiche a quelle in uso che possono quindi essere portate via senza interrompere il segnale, ci sarebbe una banda campana che poi le rivende alle tv locali vicine alla camorra, che infatti trasmettono segnali di ottima qualità a basso prezzo.

CM: Queste tv sono state in qualche modo all’avanguardia: Telemiracoli inventa la pubblicità a rullo e ritrasmette le partite di Tele+. In questo ultimo caso, l’impressione è che si è intervenuti solo perché si sottraevano introiti ai privati. Infatti, da quel momento in poi la tv continua a trasmettere senza partite di calcio. Cosa ne pensi?

Concordo in pieno: si è intervenuti soltanto quando indispensabile. Quando c’era ancora l’analogico, in Campania sono stati occupate decine di frequenze persino sulla banda S, riservata al ministero della Difesa e che, quindi, non potevano in alcun modo essere utilizzate dalle tv. Canali occupati e utilizzati per oltre un decennio, fino al passaggio al digitale terrestre. Qualche emittente ha addirittura affittato o rivenduto ad altri, il “diritto” all’occupazione abusiva. Di questa trentina di frequenze in banda S, soltanto un paio sono state spente dalla magistratura, in seguito alle proteste della Nato che lamentava interferenze. Alcuni editori hanno, infatti, denunciato che i segnali abusivi si spegnevano come per magia la mattina, quando in un dato giorno erano previsti i controlli della polizia postale, per poi riaccendersi la sera. Così facendo, al momento delle verifiche, gli inquirenti non trovavano nulla fuori posto. Altre volte, sempre per frequenze oggetto di controversie tra editori o adoperate abusivamente, veniva fatta soltanto la contestazione amministrativa e non quella penale. In questo modo, all’emittente che la utilizzava bastava presentare un semplice ricorso al Tar (Tribunale amministrativo regionale) con richiesta di sospensiva. In attesa della soluzione della controversia giuridica, quindi per anni dati i tempi della giustizia italiana, si poteva così continuare tranquillamente a trasmettere, guadagnando con pubblicità, televendite, maghi e neomelodici. Inutile aggiungere che quasi sicuramente c’era chi chiudeva non un occhio ma tutti e due. Anche se toccherà alla magistratura stabilire come sia stato possibile questa anarchia nell’etere e questo depauperamento del patrimonio dello Stato.

CM: Qual’è la situazione attuale dell’etere campano?

ADP: Oggi c’è una situazione di stallo: chi si doveva arricchire l’ha fatto, chi aveva bisogno di nuove frequenze le ha ottenute, a spese degli altri editori che quando si sono resi conto del danno che stavano subendo, nella maggior parte dei casi si sono messi d’accordo con i malfattori, anche se fortunatamente c’è anche chi, stufo di essere sopraffatto dal sistema, ha iniziato a denunciare. Il problema è che ormai è troppo tardi. Bisognava intervenire prima.

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