5831_14_mediumÈ una sera d’estate, il 25 luglio. Alcuni giovani del posto si trovano in un bar – siamo a Falconara Albanese – quando alcuni carabinieri, arrivati con le loro volanti, chiedono se i presenti abbiano visto passare una ragazza, descrivendo loro come era vestita, in modo che qualcuno potesse ricordarsene. La giovane era scomparsa nel primo pomeriggio mentre, a bordo del suo motorino, percorreva la strada che da Cosenza, passando per Falconara, l’avrebbe portata in contrada Miccisi, una località di San Lucido dove la ragazza passava le estati con i genitori. Quel giorno li aveva preceduti, incamminandosi verso il mare prima di loro, che avrebbero percorso la stessa strada della figlia poco più tardi, con l’intento di raggiungerla.

I giovani presenti al bar, non appena appresa la notizia si misero a disposizione delle forze dell’ordine, partecipando alle ricerche e indicando la strada che Roberta, stando alle ricostruzioni, aveva percorso. La zona adiacente alla suddetta strada, è pattugliata da volanti dei carabinieri e vigili del fuoco; in una scarpata delle campagne di Torremezzo viene ritrovato il suo motorino. Non si pensa al peggio, quindi nessuno impedisce ai curiosi e ai presenti in generale di toccare il mezzo, compromettendo in questo modo un elemento che poteva contenere impronte o indizi per risalire al colpevole della vicenda. Alle prime ore del mattino, a poca distanza, verrà ritrovato il corpo della ragazza, senza vita, anche se, stando sempre alle ricostruzioni, nessuna traccia di sangue fu ritrovata nelle vicinanze.

Da allora sono passati 25 anni, e nessun colpevole è finito dietro le sbarre per quel delitto così efferato, di una violenza talmente inaudita che ha lasciato basiti persino i dottori che, loro malgrado, hanno dovuto eseguire l’esame autoptico su quel corpo di una quasi ragazzina, uccisa con un taglio alla gola, dopo essere stata violentata, all’interno la cui gola fu trovata una “spallina”, servita per impedire che urlasse.

Roberta aveva 19 anni, abitava con la sua famiglia a Rende, nella provincia cosentina. Quel giorno avrebbero dovuto raggiungere il mare tutti insieme, ma lei aveva deciso di fare il percorso un po’ prima di loro con il suo motorino per averlo nel periodo delle vacanze. Al mare Roberta non ci arrivò mai. La sua strada, verso l’estate e verso la vita, furono per sempre interrotte.

Una storia complicata la sua, che ancora non trova un risvolto significativo, anche se sono stati accusati di tale delitto Franco Sansone – già in carcere per scontare una pena di 30 anni di reclusione per il duplice omicidio di Rosaria Genovese, la sua ex fidanzata, e di Francesco Sansone, suo omonimo e maresciallo della polizia penitenziaria – e Luigi Carbone, quest’ultimo scomparso nell’89, si pensa a causa dello stesso Sansone,  che, complici il fratello Remo e il padre Alfredo, lo fece scomparire – il corpo non è mai stato ritrovato –  probabilmente per evitare che, come Rosaria Genovese, rivelasse particolari sull’omicidio Lanzino. Le udienze, come spesso accade, vanno a rilento, tant’è vero che dopo anni ancora non si è giunti a soluzione, nonostante un pentito, Franco Pino, già nel 2007 aveva additato come colpevoli dell’omicidio Lanzino, Franco Sansone e Luigi Carbone, cosa confessatagli in carcere da un altro boss. All’inizio della vicenda furono portati in caserma alcuni giovani del posto: i fratelli Luigi e Rosario Frangella, e Gaetano, Giovanni e Pino, anche loro con lo stesso cognome, e cugini dei primi due. Gaetano e Giovanni furono tenuti in stato di fermo 4 giorni, mentre Pino, Luigi e Rosario passarono in carcere più di 20 giorni in quanto sospettati, per poi essere accusati di omicidio, nonostante non avessero nessuna colpa, se non quella di abitare sulla strada che quel giorno Roberta percorse. La sera della sparizione erano presenti al bar del paese, e parteciparono come tutti alle ricerche; fu come se la disponibilità data li avesse messi in cattiva luce dinnanzi agli inquirenti, che senza indizi sospettarono dei giovani. Anni di accanimento e accuse infondate, nonostante non ci fosse nemmeno una prova contro di loro, che invece di quella storia non ne sapevano nulla, e che si sono trovati catapultati in una situazione più grande di loro senza sapere come, in quanto innocenti. Vennero infatti assolti, dopo anni, al termine di tutti e tre i gradi di giudizio.

Tante le domande e i misteri che girano intorno a questo caso. Ad esempio, che fine hanno fatti i vestiti che indossava la ragazza il giorno della tragedia? Già nel ’95 l’allora parlamentare De Julio, presentò un’interrogazione al ministro di Grazia e Giustizia per sottolineare il fatto che i vestiti, prima erano stati dispersi dopo il ritrovamento del corpo, e solo dopo mesi erano stati ritrovati una maglietta e un reggiseno, che però andarono smarriti in seguito ad un presunto trasloco. E riguardo a ciò, nell’ultimo processo della vicenda, Stefano Dodaro, ex capo della mobile di Cosenza, ha dichiarato che gli indumenti superstiti furono distrutti su ordine della Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro. Ma perché distruggere una prova che avrebbe potuto rivelare indizi sul dna dei colpevoli? Al momento del delitto non esistevano le tecniche avanzate dei giorni nostri, ma oggi invece, quelle prove avrebbero potuto essere usate per fare chiarezza sull’accaduto.

Domande che sicuramente si saranno posti anche i genitori di Roberta, che dopo 25 anni aspettano che i colpevoli vengano processati e paghino per il male fatto. E proprio per volontà dei genitori, nel 1989, un anno dopo la scomparsa della loro figlia, è nata la fondazione che porta il suo nome, per combattere la violenza sulle donne in particolare, ma anche dei minori e dei soggetti deboli.

La storia di Roberta ha ispirato anche un fumetto, “Roberta Lanzino, Ragazza” – presentato per la prima volta a Roma il 22 novembre alla vigilia della giornata contro la violenza sulle donne –  sceneggiata da Celeste Costantino e disegnata da Marina Comandini, con la prefazione dello scrittore Carlo Lucarelli – che si occupò inoltre del caso con Blu Notte su Raitre – e la postfazione di Francesco Forgione, ex presidente della commissione Antimafia. Celeste Costantino è calabrese, si occupa di antimafia, diritti e tematiche di genere. Ha molto lavorato contro il femminicidio su cui ha scritto saggi e organizzato manifestazioni ed eventi, ha fondato il collettivo DonnedaSud, nato all’interno dell’associazione antimafia daSud, e la rete Ragazze interrotte.

Oggi sono 25 anni che Roberta non c’è più. La sua storia potrebbe essere la storia di ognuna di noi. Di ogni ragazza che a 19 anni vuole godersi la sua giovinezza, la vita, che invece le viene tolta in modo brutale. Questa è una storia che nessuno dimenticherà mai, comprese le persone che per anni hanno combattuto per dimostrare la propria innocenza. Non potranno scordare i giorni passati in carcere o in tribunale pur non essendo colpevoli. E non dimenticheranno questa storia i suoi genitori, che da 25 anni, con speranza, attendono sia fatta giustizia. Una giustizia fatta di tempi infiniti, di errori, di piste false, di attese, di non curanza, ma non di sete di verità. 25 anni sono lunghi, ma la giustizia sembra non accorgersene.

Caso Roberta Lanzino: 25 anni alla ricerca della verità ultima modifica: 2013-07-26T12:57:16+02:00 da Asmara Bassetti