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L’hotel alla fine del mondo

Ambientazioni sgargianti e sinistri presagi nel nuovo film di Wes Anderson, con un instancabile Ralph Fiennes e l’abituale parata di stelle

TheGrandBudapestHotel
Ralph Fiennes in “The Grand Budapest Hotel”

Uno sfolgorante libro pop-up, un tour de force senza tregua, una commedia malinconica ed una amara riflessione su quanto spesso l’umanità sembri così meticolosa nel cercare e provocare la propria rovina. Questo e tanto altro è il nuovo film di Wes Anderson, presentato fuori concorso nella selezione ufficiale della 64a Berlinale e che ha ottenuto il gran premio della giuria, con un Ralph Fiennes finalmente in un ruolo degno del suo talento affiancato da fuoriclasse del calibro di Bill Murray, F. Murray Abraham e Adrien Brody. Come d’abitudine nello stile di Anderson, il film alterna azione funambolica e introspezione psicologica, panoramiche mozzafiato e un’attenzione spasmodica al dettaglio, senza nascondere ma anzi mostrando quasi con orgoglio che molte delle ambientazioni non sono altro che modellini, con una voglia irreprimibile di distruggere il giocattolo per vedere com’è fatto dentro, ben consapevoli che dopo non si gioca più. Un universo costruito a tavolino, una casa di bambole e allo stesso tempo una specie di castello di Dracula tra oscure e minacciose montagne dell’Europa dell’est.

Questo vecchio mondo in cui Anderson sembra sentirsi così a suo agio, con riferimenti storici volutamente imprecisi; una lode al passato ma ben consapevole che ogni passato rimpiange un’epoca precedente verso un’età dell’oro che probabilmente non c’è mai stata: l’hotel è un’ottima metafora di questo paradosso sia ai tempi del suo splendore che nel decadimento successivo; con i suoi numerosi e variegati ospiti è lo strumento perfetto per spostarsi dalla storia dei singoli alla storia di una civiltà. E infatti ogni epoca ha la sua estetica, resa con i differenti formati dell’immagine, perché l’ideale in estetica non esiste. Una commedia psichedelica che mostra quanto inaspettatamente la ricerca dell’agio del vecchio mondo possa essere vicino al mondo peace and love dei figli dei fiori; e la doppiezza di Gustave, anche lui un profittatore dietro l’immagine di soave officiante del piacere dedito solo al benessere dei suoi clienti.

Gustave è un esteta, un bon vivant in fin dei conti malinconico perché consapevole di vivere in un mondo dove i brutti e i cattivi spesso vincono. Un concierge chiaramente ambiguo nel perseguire il suo tornaconto personale, economico e di autocompiacimento; impossibile non vedere qui un parallelo con il regista che con la confezione edulcorata ricerca il plauso degli spettatori, pur prendendo le distanze grazie ad una storia raccontata di terza mano, forse solo per prendersi gioco della credulità dello spettatore: servita in un certo modo qualunque storia può sembrare vera o semplicemente riscuotere il plauso degli spettatori, soprattutto se sono ben intenzionati.

L’intricata vicenda in fondo è secondaria rispetto al rigore estetico del film, un po’ come se le tragedie della storia fossero un dettaglio trascurabile nella continua ricerca della felicità. Se per un attimo si trascurano certe sequenze al limite dello splatter, molte sono le allusioni al Lubitsch de “Lo Scoiattolo” e di “Vogliamo Vivere”. Qui il tocco surreale e sopra le righe di Anderson sottolinea l’assurdità della storia europea del secolo scorso: dopo il nazismo in musical di Mel Brooks, Anderson ha la capacità di fondere perfettamente mondi opposti e atmosfere lontane: sullo sfondo un’Europa sull’orlo della catastrofe e in primo piano un mondo patinato e colorato; ogni sequenza è la rappresentazione di fatti e personaggi sempre in bilico tra farsa e tragedia, con chiare allusioni alla catastrofe imminente come la camera dell’amore tra Zero e Agatha che ricorda certe immagini di campi di concentramento, il tutto riassunto dalla citazione di Stefan Zweig nell’epigrafe alla fine del film.

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