Gli anni zero, gli anni 2000, sono iniziati con la guerra. Quella in Afghanistan e quella in Iraq sono solo le più famose, ma i conflitti più o meno lunghi sono stati tanti, alcuni ancora in corso. Gli anni ’10 del nuovo millennio sono iniziati con un’altra guerra fatta per il petrolio, quella contro la Libia dell’ex amico Gheddafi.
Pensando a questi eventi, non posso fare a meno di ricordare un’intervista che ho realizzato due anni fa ad Amantea, ad una simpatica vecchietta di nome Francesca Aprilino, una della ultime testimoni del bombardamento della città del basso Tirreno cosentino. Questo tragico evento è avvenuto nel febbraio del 1943, quando gli Alleati, come mi raccontò la signora Francesca, bombardarono un ponte che stava nel centro storico, ad un passo dalla Chiesa Matrice.
I ricordi partono dalla descrizione delle condizioni dell’epoca: c’era fame, non si poteva pescare perché il mare era interdetto, a causa di sottomarini, navi da guerra ed incrociatori. Si pescava di nascosto, ma si doveva stare attenti a non essere scoperti. Anche i campi, spesso, rimanevano incolti. Il cibo era razionato.
Gli uomini giovani erano quasi tutti partiti per la guerra, sbattuti da una parte all’altra dell’Europa e dell’Africa per colpa dell’idiozia dei fascisti e dell’imbecillità del loro capo, quel Mussolini che, ancora oggi, qualche imbecille degno di lui considera uno statista, i cui crimini, solo in parte, sono stati riscattati dalla Resistenza partigiana.
La distruzione del ponte di Amantea rimane un piccolo passaggio della seconda guerra mondiale. Una delle tante azioni di guerra in cinque anni di conflitto.
Un’operazione chirurgica, verrebbe chiamata, oggi, dai generali degli Stati Uniti. Purtroppo, anche all’epoca, sotto le operazione mirate morivano persone vere, in maggioranza donne e bambini, visto che gli uomini erano stati già mandati al macello sul fronte.
La struttura, in pietra, era una delle vie di approvvigionamento per i tedeschi della zona; ancora oggi si possono riconoscere i danni causati dalle bombe e mai colmati del tutto.
Venne bombardato nel pomeriggio, mentre molta gente era lì, in zona: bambini che giocavano, le mamme che li controllavano in maniera discreta. C’erano anche alcuni uomini, i più anziani della comunità, seduti a bere ed a giocare carte in una cantina. Residui di normalità in tempi difficili. C’era una bimba che era scesa con qualche lira in tasca per comprare il vino al padre, appena tornato dal lavoro. Tutte queste persone sono morte. Il racconto della signora Francesca è minuzioso e drammatico: una delle parti più sconvolgenti è quella in cui mi racconta dei bambini che sono saltati in aria, con la testa mozzata.
La signora Francesca, all’epoca ventenne, ricorda con raccapriccio la testa della vittima più anziana mangiata da due gatti. Forse la scena più raccapricciante è quella di una madre, sotto shock, che raccoglie i pezzi del figlioletto e se li mette nel grembiule (“sinale” come lo chiama in dialetto amanteano): “Eranu niri cumu ‘u piscespada”: erano neri come il pescespade tagliato. Oggi queste morte le sentiamo chiamare effetti collaterali e non ci fanno quasi più effetto.
La gente scappò da Amantea e si rifugiò nelle campagne circostanti. Alla domanda: cosa pensò quando finì la guerra, la signora mi risponde:”Amu toccatu ‘u cielo cu’ le manu!” Abbiamo toccato il cielo con le mani.
“Alla fine delle guerra, cosa vi siete detti con le altre persone, ritornati alle vostre case?”
“Niente. Eravamo esauriti…Abbiamo chilli che eramu vivi…e basta”.

 


Amantea Bombardata. La testimonianza di Francesca Aprilino ultima modifica: 2014-04-22T21:17:46+02:00 da