“ …Primavera non bussa, lei entra sicura. Come il fumo lei penetra in ogni fessura” Queste splendide parole di Fabrizio De André esprimono al meglio i profumi e l’esorbitante miscuglio di sensazioni e sentimenti che la stagione della rinascita scarica su noi uomini quando arriva. L’inverno, con le sue piogge ed il suo freddo, è ormai un ricordo lontano; il luccichio del mare sotto al sole di Aprile ci abbaglia e quasi fossimo degli automi ci riversiamo nelle strade infondendo e profondendo sorrisi e promesse. Le coppie cinguettano e i single si gettano a capofitto nella mischia di ormoni che a folate, manco fossero polline, irradiano di virgulto splendore ogni viso. Tutto sembra procedere secondo un ritmo ancestrale da natura condivisa, ma a ben guardare – avvicinandosi al fenomeno con lente investigativa – si scopre che, insieme alla primavera, arrivano anche le allergie, gli sfoghi ed il panico da “prova costume”. Gli umani si svelano vagamente alieni al ritmo del pianeta e per proteggersi ricorrono a pozioni magiche e pomate miracolose. Questo habitus è ormai talmente radicato che nessuno fa più caso all’artificialità del nostro stare al mondo; per noi umani è normale spalmarci di roba per difenderci dal Sole, astro genitore senza il quale probabilmente la vita sul pianeta non esisterebbe. “Il Sole è cattivo perché l’ozono è consumato e quindi i raggi che giungono sulla nostra pelle ci cuociono il tessuto”. Ma chi ha consumato l’ozono? Da anni scienziati e letterati si scornano sul problema trovando sempre soluzioni e chiavi di lettura diverse, tuttavia convenendo sul punto che vede noi umani protagonisti nello scempio grazie alle nostre fabbriche, automobili e centrali elettriche. Quindi, se il sole padre è divenuto figlicida la colpa è nostra!
Anzi, a ben guardare, se su questo buon pianeta c’è qualcosa che diventa a noi ostile, è solo perché abbiamo smesso di vivere ai suoi ritmi cercando di piegarli alle nostre esigenze.
E allora ben ci sta!
Quando l’estate racconta storie di eritemi, eczemi e pustole purulenti non dobbiamo prendercela con la natura, col mare, bensì con noi stessi. Personalmente, quando visito alcuni luoghi che ho amato e li trovo deturpati, piango. Una sensazione del genere l’ho provata salendo lungo il fiume che scorre al confine tra Paola e San Lucido, ben saldo sulla riva a pochi centimetri dall’asta fluviale, ho scorto un piccolo mucchietto criminale composto da lastre d’amianto che stanno lì a testimoniare la nostra alienazione dalla natura. Il mucchietto sta lì ed ha visto l’inverno piovergli addosso, sta lì e si è un po’sciolto nell’acqua del fiume che di lì a poco sgorga nel nostro mare primaverile. Ho amato il posto e adesso che l’ho visto ho pianto, fondendo le parole “amato” e “pianto” mi esce fuori l’amianto. Ecco, la trasformazione è completa e adesso sono alieno al mondo anch’io perché, a parte queste parole che dedico alla Terra, non sono capace di fare altro.
Sarebbe il caso di incentivare una cultura del rifiuto, sia intesa come educazione a dire no allo scempio, ma soprattutto come regolamentazione del rapporto che ci lega a questo Mondo quando produciamo scorie. Un’etica del rifiuto che ci permetta di riciclare anche quanti hanno il coraggio di rispondere a questa riflessione scrollandosi le spalle e dicendo: «Ma a Fukushima stanno peggio».
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