mondiale della dittatura

Il mondiale della dittatura: Argentina ’78

Il golpe argentino (Operazione Ariete), orchestrato dai militari con l’appoggio degli Stati Uniti, iniziò il 24 marzo del 1976, il giorno della partita Argentina-Polonia. I golpisti, il generale Jorge Rafael Videla, l’ammiraglio Emilio Eduardo Massera e l’altro generale Orlando Ramon Agosti, pare non avessero scelto casualmente questa data, ovvero il giorno di una partita della nazionale albi-celeste: nelle fasi iniziali, il calcio si rivelò uno dei punti di forza del consenso della giunta fascista guidata da Videla.

Uno dei picchi di popolarità fu raggiunto durante i mondiali del 1978, che si svolsero proprio in Argentina con la complicità della FIFA e delle nazionali di calcio del globo che decisero di prendervi parte, nonostante tutti sapessero che nel paese di Maradona erano in atto singoli omicidi e fucilazioni e che nei luoghi di tortura (messi in piedi dai militari) persone venivano massacrate, violentate, percosse, sottoposte a finti affogamenti, strappate loro le unghie. Persone la cui unica colpa era unicamente quella di essere considerati di sinistra. Alcune di loro, dopo essere state torturate brutalmente, venivano lanciate dagli elicotteri in mare diventando desaparecidos.
Nel 1984 la commissione nazionale sulla scomparsa delle persone ha decretato che in Argentina sotto la dittatura vi furono 30000 scomparsi, 15000 fucilati, 10000 torturati e 2 milioni di esuli. Durante lo stesso svolgimento della Coppa del Mondo sparirono 63 persone, mentre tutto il pianeta elogiava l’organizzazione del paese latino-americano. Alcuni giornalisti contribuirono a non far decollare nessuna campagna stampa che denunciasse la situazione, ad esempio Roberto Milazza del Corriere della Sera scrisse:”L’immagine del paese è, ai miei occhi, impeccabile.” All’epoca il quotidiano di via Solferino era tra le grinfie della P2 e quindi sotto l’influenza di Licio Gelli, grande amico e sostenitore dei militari argentini. Massera, il 28 marzo 1976, scrisse a Gelli descrivendogli “la sua sincera allegria per come tutto si fosse sviluppato secondo i piani prestabiliti.” L’ammiraglio era a capo dell’ESMA, il carcere clandestino più grande di tutto il paese dove sono state commesse terribili atrocità. La frase che girava tra i vermi appartenenti all’establishment militare era che prima sarebbero stati eliminati i sovversivi, poi gli indifferenti ed alla fine gli indecisi. Molti figli delle persone catturate, torturate ed uccise furono ceduti a famiglie di militari, in modo da eliminare qualsiasi reminiscenza o memoria scomoda, da evitare possibili ritorsioni e fare di quei bimbi, nati spesso all’interno delle carceri, dei figli della dittatura. Una folle idea di estirpare totalmente dalla società un pensiero diverso da quello imposto da Videla e soci.

La FIFA, comunque, non si fece minimamente turbare da quello che era accaduto ed accadeva nel paese organizzatore dei mondiali del 1978, anzi chiuse completamente gli occhi. Non era la prima volta che il problema delle dittature Sudamericane diventava oggetto di discussione in ambito sportivo. Durante le qualificazioni mondiali del 1974, l’URSS aveva deciso di non giocare lo spareggio contro il Cile di Pinochet, perdendo a tavolino la possibilità di partecipare all’evento calcistico. E prima ancora nel 1950, il Brasile aveva cercato di trasformare il mondiale organizzato in casa in un grande referendum militari che avevano deposto Getulio Vargas e cercavano una legittimazione elettorale. Invece la nazionale verde oro incontrò sulla sua strada Schiaffino, detto ‘O futbal,e Ghiggia che sconfissero il Brasile nella partita decisiva. Indirettamente, i due calciatori avevano rallentato il processo di instaurazione della giunta militare brasiliana che sarebbe avvento di lì a circa quindici anni. Vale la pena ribadire che l’attuale capo del calcio brasiliano, colui che farà gli onori di casa al Mundial 2014 – Josè Marin – è stato uno dei più ferventi censori delle libertà politiche, personali e dell’informazione del Brasile dei militari, nonché il mandante morale delle torture e dell’omicidio di Vladimir Herzog, giornalista e direttore del telegiornale di TV Cultura.

E a proposito di chiese, ecco qui esplicitato un altro paradosso politico/sportivo: Videla, Massera ed Agosti furono sempre apertamente appoggiati dalla Chiesa argentina. Le alte sfere ecclesiastiche condivisero persino l’eliminazione di alcuni preti oppositori. L’arcivescovo di Buenos Aires, Juan Carlos Aramburu ancora nel 1983 continuava a giurare e spergiurare che non esistevano desaparecidos, ma che le persone che non si trovavano vivevano felicemente in Europa. Il vecchio prelato rimase in carica fino al 1990, quando fu richiamato a Roma (anche se poi morì a Buenos Aires), per passare gli ultimi anni di vita in pace e tranquillità, le stesse cose che la Chiesa argentina ha contribuito in modo decisivo a negare a migliaia di connazionali.

Il fascista Pinochet in Cile stava utilizzando gli stadi come campi di concentramento, dove rinchiudeva, faceva torturare ed uccidere migliaia di militanti. Videla, Agosti e Massera non profanarono mai uno stadio; erano entrati militarmente in un chiesa per rapire una donna, ma gli stadi servivano per il calcio e basta. Anche i Montoneros (Movimento di guerriglia peronista http://it.wikipedia.org/wiki/Montoneros) non compirono mai atti negli stadi e scelsero di lasciare il calcio fuori dalla tragedia politica argentina, seguendo così l’assunto della giunta militare, secondo cui il calcio è del popolo, chi è contro il calcio è contro il popolo.

La nazionale Argentina era guidata da Menotti, un uomo considerato vicino al partito comunista. E’ una strana coincidenza che anche i militari brasiliani avessero scelto Joao Saldhana per guidare la nazionale che avrebbe vinto la Coppa Rimet nel 1970, nella finale contro l’Italia. Saldhana aveva costruito la squadra campione, ma ne fu allontanato alla vigilia della competizione, sostituito dal meno politicizzato Zagallo. A differenza di Menotti, l’allenatore della seleçao si era molto esposto a favore del PCB ed un suo trionfo avrebbe potuto essere un peso per i generali brasiliani. L’allenatore della seleccion, invece, non ha mai voluto chiedere scusa per l’indifferenza e l’assoluto distacco con cui ha seguito gli anni più tragici della sua nazione. Uno dei pochi giocatori di quella nazionale che hanno avuto il coraggio anni dopo di fare un mea culpa è stato Osvaldo Ardiles. Niente da Daniel Passarella, niente da Mario Kempes. La confessione del giocatore di Cordoba è molto dura: “Quando segnavamo tutti ci potevano sentire. Le guardie magari dicevano ai prigionieri: ‘Stiamo vincendo.’ Non dicevano ‘L’Argentina sta vincendo’, ma ‘Noi stiamo vincendo.’ I prigionieri sapevano che quella vittoria significava che la dittatura sarebbe durata ancora a lungo e che non sarebbero stati rilasciati”.

Alla fine di questa storia vince il cattivo e la coppa fu conquistata dagli argentini, tra sospetti, imbrogli, bugie e morti. Videla, che non si era perso mai una partita e scendeva negli spogliatoi a congratularsi con i giocatori ad ogni vittoria, venne acclamato come eroe nazionale.
Si era ricorso a tutto per assicurasi la coppa, come durante la partita che permise all’Argentina di eliminare il Brasile e spianarsi la strada verso la finale. Argentina-Perù si giocò il 21 giugno al Gigante di Rosario. La squadra di Menotti per passare il turno avrebbe dovuto vincere con almeno tre gol di scarto. Il Perù non era una nazionale disprezzabile, ma perse per ben 6-0. Per tutti quell’incontro fu denominato marmelada peruana. Ogni buon sportivo argentino sa che quella partita fu comprata e che alcuni giocatori peruviani fecero di tutto per perdere.
L’allenatore del Resto del Mondo era Bearzot, il tecnico italiano che avrebbe portato in Italia la coppa tre anni dopo.

Per chiunque volesse approfondire la tragedia della Coppa del Mondo del 1978 si consiglia vivamente la lettura del libro I mondiali della vergogna di Pablo LLonto (2010) edito da Edizioni Alegre

Se si ha lo stomaco forte per sopportare una ricostruzione delle torture fisiche e morali perpetrate dalla dittatura argentina si consiglia il film La notte delle matite spezzate (1986) di Héctor Olivera.

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