Dopo 27 anni ancora ignoti gli assassini di Roberta Lanzino

Due anni fa scrissi per la prima volta di Roberta Lanzino. Erano passati 25 anni dalla sua morte, quando in viaggio da Cosenza sul suo “Sì” e attraversando la vecchia strada che da Falconara porta ancora oggi a Torremezzo, per arrivare alla sua casa di vacanze in contrada Miccisi, fu violentata e uccisa, e lasciata in una scarpata. 25 lunghi anni in cui nessun responsabile era stato trovato. Ad essere imputato il pastore Franco Sansone, colpevole anche di altri efferati delitti e già in carcere, insieme al suo complice Luigi Carbone, misteriosamente scomparso poco tempo dopo.

A distanza di due anni sono qui nuovamente a scrivere di lei. Di quella giovane studentessa 19enne strappata via alla vita. Forse perché il suo corpo fu trovato poco lontano da casa mia. E perché ogni volta che passo da quella strada, ormai asfaltata, che congiunge una zona di Torremezzo con l’altra, ci penso. Penso che al posto di Roberta avrei potuto esserci io, o qualsiasi altra giovane ragazza che nulla o poco potrebbe contro uno o più uomini che cercano di abusare di un corpo indifeso.

Penso a mio padre che mi racconta spesso di quella mattina in cui fu fermato dai carabinieri con il mitra, mentre andava al lavoro alle 5 del mattino, che avevano dichiarato fosse solo un controllo. Solo qualche ora più tardi tutti a Falconara e Torremezzo seppero invece che le ricerche per trovare una ragazza scomparsa si erano concluse con il ritrovamento del suo corpo, straziato, ferito, soffocato dalle sue stesse spalline per non farne sentire le urla. Una violenza così efferata che lasciò un’intera cittadina, anzi due – Cosenza e Falconara – nello sgomento.

Due anni in più in cui una nuova brutta notizia si aggiunge alle indagini mai arrivate ad una soluzione, durante le quali tutto è stato poco chiaro, anzi oscurato, fin dall’inizio. Dal reggiseno di Roberta sparito misteriosamente dopo un trasloco di prove, al motorino della stessa ragazza che quella notte tutti toccarono, forze dell’ordine comprese; dalla scatola contenente indizi e prove mai periziate, alle analisi approfondite sul dna mai effettuate, se non ora, dopo 27 anni. Da queste ultime analisi è emerso che quel dna trovato nei pressi del corpo della ragazza non appartiene a Franco Sansone, né a Luigi Carbone, complice della violenza e dell’omicidio, ucciso dallo stesso Franco e dal padre Alfredo e il fratello Remo per paura parlasse, ma a qualcun altro, che, per la complessità del caso, non è stato ancora identificato. Imputati quindi assolti.

Tutto allora ricomincia, tutto da rifare, e un nuovo colpevole da cercare, anche se in molti forse sapevano che il “mostro” era da cercare altrove, magari nella “Cosenza Bene” , quella parte intoccabile della città che troppo poco venne citata e ascoltata.

Era il 26 luglio 1988. 27 anni fa una giovane studentessa perdeva la vita. 27 anni fa i suoi genitori, Franco e Matilde, diedero vita alla fondazione Roberta Lanzino per combattere la violenza contro i soggetti deboli e le donne in particolare. 27 anni fa gli stessi coniugi Lanzino iniziarono ad aspettare e cercare giustizia e verità per la loro figlia barbaramente uccisa, e da allora, nonostante la perdita, vanno avanti nella battaglia più grande della loro vita, sperando che non debbano passare altri 27 anni per far sì che sulla vicenda venga fatta luce.

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