sabato , 22 Febbraio 2020

L’umanità vista dall’alto

Una nuova amara e toccante riflessione sulla condizione umana in “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza”

A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on ExistencePer il titolo del suo ultimo film della trilogia sull’umanità dopo “Songs from the Second Floor” e “You, the Living”, Roy Andersson sostiene di essersi ispirato ad un quadro di Pieter Bruegel il Vecchio, “Cacciatori nella neve”, in cui tre uccelli sembrano osservare gli abitanti di un villaggio e ponderare sulle loro azioni. Sospeso tra (iper)realismo e allucinazione, il film è una commedia nera dell’assurdo in cui letteralmente si ride per non piangere quando si realizza che le vicende raccontate non solo non sono assurde ma un ritratto tra i più fedeli della società umana.

Il film è suddiviso in 37 capitoli collegati dai tragicomici tentativi di due improbabili venditori ambulanti di piazzare i loro articoli (denti da vampiro e maschere mostruose), dagli atteggiamenti del tutto inappropriati, e che in fin dei conti si rivelano essere solo delle comparse. Intorno a loro tutti sembrano profondamente concentrati mentre svolgono le mansioni più banali, spesso in conflitto con tutti gli altri, sempre incapaci della minima empatia o compassione. E quanto più le scene sono affollate tanto più ci si rende conto che quella moltitudine non è altro che una sola persona. Sul piano del linguaggio, la dilatazione del tempo e dello spazio sconcerta e disorienta, e parallelamente il fatto che l’esasperazione a cui sono portati i personaggi non li porta alla catarsi ma ad una mesta e passiva accettazione del loro destino.

Come nei film precedenti, Andersson si avvale di una bellissima fotografia in un “bianco e nero a colori”, con una camera fissa, lontana al punto giusto dall’azione in modo da rendere comodamente le situazioni collettive e probabilmente per evitare una vicinanza imbarazzante o pericolosa. La collocazione temporale è sospesa, in un ingannevole passato quando si percepisce benissimo che siamo in un prossimo futuro o in un presente che ci rifiutiamo di osservare e di riconoscere, come accennato nella sequenza di apertura in cui un visitatore osserva frastornato gli esemplari esposti in un museo. Tutti gli elementi partecipano alla rappresentazione dell’imminente apocalisse: l’inanità dei personaggi di fronte alle ingiustizie e alle avversità; composizioni meticolose ed accurate e l’evidente artificialità nella messa in scena; un ritmo pacato che segue pedissequamente lo svolgersi degli eventi; e i personaggi truccati in maniera grottesca.

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