Le vesti ormai calate, dismesse nel tentativo di affermare una natura non ancora del tutto compiuta, avevano messo in mostra un frutto acerbo, non ancora in grado di sostenere lo sguardo di una Donna allo specchio. Al suo risveglio, la signorina sognante in un sonno durato cinque anni, s’accorgeva infine di non avere ancora neanche una coppa degna di un reggiseno.

«Città con un nome al femminile – ripeté a sé stessa – è questo che sono?».

Infantile, come la vergogna sa spesso essere, si scrutava nel riflesso con occhi sprezzanti, colmi di rabbia e risentimento.

«Altro che donna!!! Qui è tutto da far crescere, da sviluppare – proseguì nel monologo interiore – non c’è nulla che mi sottragga dalla condizione di “incompiuta”».

Dal sogno alla realtà, per la bella su un fianco distesa  dinnanzi al mare , il risveglio era stato assai brusco.

Fumarole simili a quelle dei vulcani si moltiplicavano al suo passaggio, la gente prendeva a litigare per nulla e nessuno che la invitasse a uscire. La vita s’era fatta davvero tosta.

«Esci i risultati della mia età – urlò verso il circondario – Natura balorda!».

Ma mentre s’avviava verso l’ennesimo strepito, una mano “familiare” le cinse la spalla.

«Sono abituato a crescere esseri viventi». La voce era quella di colui che, già ai tempi della rinascita precedente al cambio di millennio, fu il “tato” (o “babysitter”) della graziosa,  tanto nel periodo di ritorno al mondo, quanto in quello successivo alla ribalta nazionale dell’ostetrica che ne aveva curato la ri-gestazione e il parto.

Anacleto Chibotta, con la chioma tendente all’argento, sorrise alla bella ormai svegliata e, con fare paterno, l’avvicinò a sé, deviando la traiettoria di un cammino segnato da crateri sparsi, dove dalle ferite nel terreno sgorgavano fluidi densi e puzzolenti.

«Dopo una partita a tressette vinta a Baracca del Rampante Cavallino, la giornata sorride e, toh!, chi ti rincontro? La piccoletta che m’ha aiutato a diventare uomo di casa, padre di famiglia. Colei per la quale ho preso ad allevare altre esistenze. Moresco Tipiace – seguitò amorevolmente il corpulento omaccione – Silvano Lio, Colaianni Sacripano, Mosè Puntillo, sono solo alcuni nomi delle tante persone che ho raccolto per badarti in gruppo. Per “governarti”, come si dice dalle nostre parti, nella continuità di insegnamenti che io ho dapprima dato a loro e che, in una certa forma, ho dato anche a te negli anni più verdi della tua rinascita. L’unico dal quale ti dico di guardarti è Floriano Inusuale, non perché è cattivo, ma perché alle volte agisce in autonomia, utilizzando metodi che non ho ancora approvato appieno. È un empirico, solo il tempo dirà se ha ragione».

«Ma sarà mica un rapimento?!». Esclamò, preoccupata, la pulzella.

«No, no. Niente di tutto questo. Sono felice d’averti incontrato – rispose Chibotta – perché considero non ancora concluso il percorso educativo che mi lega a te. Probabilmente hai altri insegnamenti da impartirmi, mentre io posso solo occuparmi di te, prendermi cura della tua salute che, anzi, vedo assai malmessa. Che ti è successo?».

«Ho dormito per cinque anni – confessò quasi in lacrime l’apparente adolescente – ed è come se la mia crescita si fosse bloccata. Sono alta allo stesso modo, se non addirittura più bassa e, a parte la colorazione dei calzini, la lunghezza dei piedi che d’estate bagno al mare è sempre la stessa. A dirti la verità non sono gli unici elementi ad essere cambiati, sono spuntati anche certi braccialetti di legno che ogni tanto indosso per andare a teatro, sotto le stelle del centro storico».

«Ti consiglio di farti visitare dal dottor Nicolao Barbuni – disse teneramente il nuovo compagno di viaggio – medico famoso per le terapie ormonali necessarie a chi sviluppa con lentezza. Come studia la tua cartella clinica lui, nessuno. Vediamo se dopo la visione dei risultati sarà capace di scoprire quale malessere ti ha costretto in un letto a sognare, senza possibilità di godere della tua età».

E mentre un’altra giornata volgeva al termine, le ombre di un uomo e una bambina s’allungavano lungo una strada che portava ad uno studio medico. Il tutto mentre in lontananza due donne s’azzuffavano per un parcheggio, sulle note de “Il gigante e la bambina” che, cantata da un piano bar, si diffondeva nelle ultime luci prima della sera.

Quello che avete appena letto è il tredicesimo episodio di “Città con il nome di Donna”, nonché primo capitolo di “Romanzo Comunale”, che ne è la prosecuzione . Fatti, cose o persone, sono puramente immaginari. Ogni riferimento è puramente casuale.

Per riprendere il filo dai primi capitoli:

  1. Cap. I: Via della Capitale eruttava merda (clicca e leggi)
  2. Cap. II: ORRORE E SACRILEGIO. Catena recluse parcheggio in centro (clicca e leggi)
  3. Cap. III: Parcheggio in centro: PERICOLO MORTALE! (clicca e leggi)
  4. Cap. IV: Una lacrima in una stretta di mano (clicca e leggi)
  5. Cap. V: La fiducia manda Paradiso (clicca e leggi)
  6. Cap. VI: «Non riconoscerò mai quel figlio» (clicca e leggi)
  7. Cap. VII: «La faccia (almeno) si salva?» (clicca e leggi)
  8. Cap. VIII: «Neuro, Supertossico Batterio» (clicca e leggi)
  9. Cap. IX: «Il Pescespada, il Totano e il Toro» (clicca e leggi)
  10. Cap. X: Storia di un Re Mida alla rovescia (clicca e leggi)
  11. Cap. XI: Quando canta una Molecola (clicca e leggi)
  12. Cap. XII: Il cavallo del tressette (clicca e leggi)
Romanzo Comunale: Epopea gestionale post-Città con il nome di Donna ultima modifica: 2019-02-08T20:21:53+01:00 da Giampiero Delpresepe
Giampiero Delpresepe

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Autore "collettivo", nominato caporedattore della Testata on-line Marsili Notizie, mi occupo dello scibile in generale, con particolare attenzione alla Politica.