sebastiano tusa

Disastro Aereo Etiopia: Sebastiano Tusa nel sogno di una sua studentessa

di Daniela Signoretti

Venne al portone della mia casa di Paola, vestito di bianco, in cerca di qualcuno a cui dare una notizia.

Era il 10 marzo 2014, sei giorni dopo mia madre sarebbe entrata in coma, otto giorni dopo sarebbe morta. Io la mattina del 10 marzo, appena prima di svegliarmi, lo sognai il professor Tusa; la sua figura era nitida: i capelli neri, gli inconfondibili occhiali, il calmo pragmatismo nei suoi occhi, la voce profonda. Era lui. Mi stranì vederlo vestire un’uniforme bianca ma, per il resto, era tutto così reale.

Credo che nei sogni si riesca a dire e ad ascoltare cose che non abbiamo saputo o potuto dire o ascoltare da svegli.

Sono passati cinque anni durante i quali ho incontrato varie volte Sebastiano Tusa, per motivi di studio e di lavoro e durante i quali non ho più pensato a quel sogno fino a ieri.

I TG, le immagini dell’incidente, le telefonate con i colleghi del centro di ricerca napoletano, i messaggi pubblici di cordoglio, ma non potevo crederci. E man mano che realizzavo l’accaduto, i ricordi rievocavano immagini nella mia mente: le lezioni, le ricognizioni, gli scavi, le immersioni, le cene. E poi ancora Pantelleria, Marzamemi, Napoli, Palermo, Mozia, Mazzara del Vallo, Procida, Pantelleria…

Mi venne in mente di quella volta quando, a causa di qualche sciopero, mi ritrovai in aula come unica studentessa. Approfittai dell’assenza degli altri studenti per inondare il prof di domande. E come un padre che risponde alle prime e insistenti domande di un piccolo bambino, con la stessa pazienza, lui ascoltava e chiariva i miei interrogativi senza mostrare insofferenza alle continue interruzioni alla sua lezione.

La gentile disponibilità all’ascolto era una virtù che lui esprimeva sempre, sia che si interfacciasse con una massima autorità, sia che si rivolgesse ad uno studente o ad un inserviente.

La moltitudine di messaggi che persone importanti, in queste ore, stanno diffondendo attraverso i media, sono pieni di contenuti veri, sentiti e non di circostanza. Perché Sebastiano Tusa era veramente un uomo «straordinario», «onesto e per bene», «entusiasta e appassionato», un «luminare», «gentile», «libero» e di «profonda cultura», «una delle figure più luminose dell’archeologia». Per me anche uno dei padri della mia archeologia, un papà con cui avevo un appuntamento primaverile nella nostra Pantelleria. Un appuntamento al quale, se ci sarà la possibilità, io non mancherò.

Le sculture risorgeranno, rinasceranno Kouroi e Korai, uscirà Venere dall’acqua perché il lavoro che Sebastiano Tusa ha fatto in Sicilia, in Italia e nel mondo ha un respiro troppo esteso per arrestarsi con la sua morte. Gli imprinting che ha saputo attivare, il profumo di nuovo che ha dato alla ricerca e a chi ha avuto la fortuna di lavorare al suo fianco, quelli restano.

Nei sogni si riesce a dire e ascoltare cose che non abbiamo saputo o potuto dire o ascoltare da svegli. In virtù di questo confido nei sogni perché ho tante altre domande da fare a te e al carissimo professor Mocchegiani sull’archeologia, sul mare, sulla vita.

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