adotta la storia di una vittima di femminicidio

Insegnare “cosa fare” e non “come si muore”. “Ni” a progetto Regione/Miur

Nota dell’Associazione “Nate a Sud”

Esprimiamo profonde perplessità in merito al progetto indirizzato alle scuole: “Adotta la storia di una vittima di femminicidio” ideato dall’Osservatorio Regionale sulla violenza di genere in collaborazione con il Miur e l’Ufficio scolastico della Regione Calabria.

Nonostante l’impegno dell’Osservatorio calabrese di organizzare progetti sul tema della violenza di genere rivolti alle scuole, ci appare di difficile comprensione l’obiettivo, se non di natura strettamente commemorativa, che si intende raggiungere con questa iniziativa.

Le donne che hanno subito violenza e che sono state uccise per mano di uomini non hanno bisogno di essere ricordate per l’epilogo drammatico del loro vissuto, ma per la determinazione che hanno avuto in vita nel rifiutare relazioni impari e ruoli di sudditanza, tanto da essere uccise. Bisogna narrare alle giovani e ai giovani storie femminili di autodeterminazione e di desiderio di riscatto e libertà, prendere ad esempio la loro forza e ancor di più l’esempio di chi  non si è piegata alla violenza, a costo della propria vita.

Tutti i femminicidi rappresentano un crimine di stato e una sconfitta per tutte e tutti, in particolare per le istituzioni, che non sono state in grado di evitare che si giungesse ad un esito cosi doloroso. Dobbiamo trasmettere alle nuove generazioni l’idea che bisogna ascoltare e credere alle donne, sostenerle nelle scelte e accompagnate in percorsi di uscita dalla violenza, prima di morire, non giudicate e ri-vittimizzate poi, come troppo spesso accade.

I/le giovani dovrebbero imparare a riconoscere quei comportamenti che precedono la violenza fisica e che ancora oggi vengono scambiati per amore.  Perché non raccontare le tante storie di rinascita che si vivono nei Centri Antiviolenza? Perché parlar loro di morte, suscitando sentimenti di pena e compassione e non di riscatto? 

E’ fondamentale spiegare, in particolare nelle scuole, quali sono le condizioni sociali e culturali e gli stereotipi che permettono alla violenza di essere esercitata, nutrita e minimizzata, anziché “adottare” storie di femminicidi “per coniugare la memoria e l’impegno affinché non si verifichino più questi tragici atti”, come ha dichiarato Mario Nasone, coordinatore dell’Osservatorio Calabrese.

Le storie delle donne non si adottano, si rileggono in chiave sociale e si restituisce loro la giusta condanna in termini politici. Proprio in Calabria, terra di mafia, che fa dell’omertà e del silenzio il suo baluardo, sarebbe bello poter parlare nelle scuole del coraggio di quelle donne che hanno deciso di non restare in silenzio e di non subire, e riflettere su come l’agire mafioso sia così vicino all’agire degli uomini violenti.

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