“Odio senza fine”, intervista all’autore Paolo Bertetto

Nel 2020 è uscito il romanzo ‘Odio senza fine’ (Mimesis, 544 pg.), scritto da Paolo Bertetto, docente in pensione di Analisi del film presso l’Università degli Studi La Sapienza (nonchè relatore dello scrivente), Ne approfittiamo della pubblicazione per rivolgergli qualche domanda sul libro e sulla sua lunga carriera da studioso di cinema e professore.

Da cosa nasce questa ricca galleria di personaggi per raccontare l’ascesa e le sfaccettature del nazismo?

Quando ho cominciato questo romanzo pensavo di scrivere tre libri sulla storia contemporanea e sul sonno della ragione, cioè sulla perdita del senso. Il primo sugli Anni Trenta che sono stati, insieme alla guerra, il momento più tragico della storia moderna, il secondo sugli Anni sessanta e Settanta, e il terzo sul mondo contemporaneo. Nell’affrontare la tragedia degli Anni Trenta in Germania, nell’Unione Sovietica e nella guerra di Spagna, mi interessava raccontare e cercare di interpretare l’affermarsi storico del male, della crudeltà, dell’odio e della volontà ossessiva di distruggere, distruggere, distruggere. E per narrare questa esperienza di assassini, massacri, violazioni sistematiche dei corpi oltre che dei diritti, ho pensato che fosse necessario scrivere un romanzo corale, un affresco, che non parlasse solo di uno o due personaggi, ma di molti personaggi, con caratteri diversi, identità e situazioni sociali differenziate.  L’intenzione di Odio senza fine era quella di narrare soprattutto le tragiche conseguenze dell’avvento del nazismo al potere sulle vite delle persone. I regimi totalitari degli anni ’30 hanno portato ad un costo di vite umane così grande da far pensare che la storia sia qualcosa di violento, crudele e senza significato. Dov’è la razionalità, dov’è l’umanità nella pratica degli stermini realizzata dal nazismo e dallo stalinismo? Negli Anni Trenta e poi nella guerra il mondo diventa un inferno in cui il soggetto è travolto da eventi crudeli e dall’odio scatenato. È un’esperienza terribile. È l’orrore. Non bisogna dimenticarlo. E non bisogna ripeterlo mai più.

I personaggi del romanzo sono ispirati in un modo o nell’altro a reali protagonisti dell’epoca presa in esame?

Alcuni no, sono completamente immaginari. Altri si ispirano invece a personaggi realmente esistiti. Come il personaggio di Greta, che viene uccisa nel settimo capitolo, ispirato a Geli Raubal, la nipote di Hitler. Poi c’è il poeta Denner, che si richiama a un grande poeta come Gottfried Benn, che all’inizio simpatizza per il nazismo, considerato come un progetto di riorganizzazione estetica della società tedesca e di sconfitta della decadenza.  E poi viene minacciato di arresto dalle SS. Anche il mago Kannen è ispirato a un personaggio del periodo, ovvero Erik Jan Hanussen, il più importante illusionista europeo di quei tempi, che era ebreo e negava di esserlo ed era considerato all’inizio il mago di Hitler, perché aveva predetto l’affermazione dal duce nazista. Ma poi i suoi nemici nel partito nazista sono prevalsi e l’hanno rapidamente ucciso nell’aprile 1933. E poi c’è Feldbin- Orlov, un personaggio realmente esistito, a cui non ho neppure cambiato il nome. Era il capo dei servizi segreti sovietici durante la Guerra di Spagna, un uomo responsabile della politica ant-trotzkista e anti-anarchica nella guerra di Spagna, che poi scappa in America per non farsi uccidere da Stalin. Nel libro racconto dei sospetti suoi e di altri dirigenti comunisti e generali sovietici su Stalin, che sarebbe stato un ex-agente zarista infiltrato tra i bolscevichi. Non lo sostengo io. C’è una storiografia autorevole che lo dice: penso alle biografie di Radzinski e di Brackman, che si avvalgono di documenti significativi.

Lei ha già affrontato un’ambientazione tedesca nel suo precedente romanzo ‘Autunno a Berlino’. Come nasce e perché la sua passione per la storia della Germania?

Ho sempre avuto un particolare interesse per il cinema muto tedesco degli Anni Venti, che ho insegnato sin dagli Anni Ottanta e che reputo la più grande cinematografia del periodo. E quindi ho avuto una predilezione per il mondo così ricco, complesso e variegato della Germania di quegli anni. Un mondo di grande arte e di grande cultura interrotto nel 1933 dal regime nazista, così violento, autoritario, razzista e sadico. Hitler era andato al potere riuscendo a reprimere tutta la ricchezza sociale e culturale degli Anni Venti. Questa cosa mi ha sempre fatto piuttosto paura. Però Odio senza fine è un libro di narrazione e di interpretazione della storia.  Autunno a Berlino era un libro di genere, la storia di una doppia indagine nella Berlino 1919-1920. È vero che c’era una componente storica forte (la morte di Rosa Luxemburg e della prima moglie di Fritz Lang sono realtà), ma la struttura del romanzo era quella di una detective’s story.

Dei personaggi quale potrebbe essere, se presente, un alter ego di Hitler, il protagonista dell’odio senza fine?

Non c’è nessun alter ego di Hitler nel romanzo. Anche perché sarebbe stato impossibile. Hitler è unico nel male.  Nel libro sono presenti vari personaggi che aderiscono al nazismo per ragioni tutte diverse. Ho preferito non insistere sui veri personaggi del Terzo Reich, ma, per l’appunto, su altre figure.

Vogliamo parlare un po’ dei suoi inizi da studioso di cinema , prima di diventare docente?

Ho iniziato a scrivere di cinema e di letteratura negli anni Sessanta. Ai tempi dell’Università ho gestito con un gruppo di amici il Centro Universitario Cinematografico. Proiettavamo molti film e avevamo fondato una rivista come Ombre rosse. Io sono laureato in letteratura italiana, ma Gianni Vattimo, professore di cui ero amico, mi aveva proposto di tenere seminari di cinema in Università. In quel periodo uno dei miei professori era Edoardo Sanguineti, che mi aveva fatto conoscere il Gruppo 63, e proprio grazie a lui mi sono interessato all’avanguardia. In seguito sono stato assistente di Gianni Rondolino  e ho continuato le ricerche sull’avanguardia e sul suo cinema.  Poi sono divenuto professore. Sin da quei tempi mi ha sempre molto interessato il rapporto tra cinema, cultura e rivoluzione, sociale e simbolica. E le avanguardie affrontano tutte queste cose in modo molto significativo.

‘Ombre rosse’ era piuttosto interessante dal punto di vista della militanza politica

Si, era molto legata alla lotta politica e culturale: era una rivista nata nel 1966 e che ha fatto il 68. Considero questa esperienza molto lontana, legata anche alla singolarità dei tempi. Ombre rosse era fatta da un gruppo di giovani di 20-25 anni. E Goffredo Fofi, che era più vecchio, ed era legato a una rivista politica come Quaderni piacentini, era un po’ il nostro ispiratore. Ma sono cose molto lontane. La critica militante non mi interessa più da moltissimi anni. E studiare e interpretare il cinema non è fare il critico militante. In seguito ho avuto rapporti di collaborazione con Alfabeta, promosso dal vecchio Gruppo 63. E con Nanni Balestrini, che era un po’ l’anima di Alfabeta e poi di Alfabeta 2, sono rimasto a lungo suo amico, fino alla morte prematura nel 2019. Balestrini è stato uno scrittore importante e un grande organizzatore culturale.

Nel 1970 lei scrive il suo primo libro, ‘Il cinema dell’utopia’. Curioso notare come già a quei tempi lei prenda le distanze dal cinema italiano

Certo, anche perché il cinema italiano è sempre stato poco influenzato dalle avanguardie (a parte una parentesi durante il muto con il futurismo). Molti autori del cinema di quegli anni non li ho mai amati, come Pasolini, che reputo un regista e uno scrittore sopravvalutato. Non sono un critico, né tantomeno uno studioso che ritiene di dover studiare per forza il cinema del proprio paese. Non a caso già negli anni Settanta ho scritto vari libri di carattere diverso, come Cinema fabbrica avanguardia, oppure il Castoro su Alain Resnais.

Nel 1977 realizza un’intervista con Felix Guattari, che diventa un libro di 80 pagine. Come era nata l’idea?

Ero in contatto con Franco Berardi Bifo, che viveva a Parigi e conosceva bene Guattari. E’ nata quindi l’idea di quest’intervista, che abbiamo fatto insieme in più giornate in Francia, in Sologne, a casa di Guattari, e che è stata pubblicata da una casa editrice alternativa, la Squilibri. Non l’ho mai riletta per intero dopo la pubblicazione, a parte qualche pagina, accorgendomi che Guattari, per le cose che diceva, era decine di anni avanti a noi già allora.

Lei ha ricevuto una menzione da Gilles Deleuze ne ‘L’immagine-tempo’, ed è stato uno dei pochi italiani a ricevere tale privilegio. Che rapporto aveva con lui?

Deleuze era molto amico di Guattari con cui ha scritto vari libri, a cominciare da L’Anti-Edipo. E insegnava all’Université Paris 8, dove anch’io ho tenuto seminari e corsi per molti anni. Ma purtroppo non ci siamo mai conosciuti.  Ed è una cosa che rimpiango. I miei tre libri di teoria del cinema sono legati alla filosofia di Deleuze che riconosce tre componenti nell’arte, la sensazione, il percetto e il concetto. Ed io ho scritto un libro sull’immagine filmica (Lo specchio e il simulacro, Bompiani, 2007), uno sui concetti (Microfilosofia del cinema, Marsilio, 2014) e uno sulla sensazione (Il cinema e l’estetica dell’intensità, Mimesis, 2016). E nelle mie ricerche di teoria del cinema sono stato influenzato più dai libri di filosofia di Deleuze che dai dai suoi due volumi sul cinema – che peraltro sono di grande valore.

Il volume su ‘Metropolis’ esce nel 1990. Quali novità erano trapelate dalle sue ricerche sul film?

Negli anni in cui sono stato direttore scientifico del Museo Nazionale del cinema mi sono occupato di problemi di restauro e ho verificato la ricchezza linguistico-formale delle esperienze del cinema muto. Metropolis è un grande film che il restauro ha restituito alla complessità formale e simbolica iniziale. Ha una rete di significazioni nascoste di grande pregnanza e una struttura visiva di straordinaria efficacia, che mostra bene la concezione formale e geometrica dell’immagine, propria del cinema di Lang in Germania

Ha mai pensato di fare il regista?

No, a parte forse da giovane. Mi avevano proposto di girare un documentario o un film su Fellini, ma non se ne è fatto niente. E poi ormai sono un po’ avanti con gli anni. per fare il regista ci vuole una forza fisica che ormai non ho più. Non sono de Oliveira.

Come immagina un’eventuale trasposizione cinematografica o televisiva di quest’ultimo romanzo invece?

Non mi sono posto il problema. Anche perché i film storici sono difficili da fare in Italia, specialmente su un argomento complesso come questo, con un’ambientazione tedesca.

A che progetti sta lavorando?

Avrei un progetto su Fritz Lang a Berlino, intrecciando un saggio interpretativo e un racconto biografico. Ma non so se lo scriverò mai.  Sto finendo un libretto di viaggio sulle isole greche. Un divertimento per reagire alla chiusura forzata provocata dal covid.  Sto lavorando anche a un thriller, oltre alla terza parte della trilogia iniziata con Odio senza fine. Ma forse è un programma troppo ampio. Ho un bambino piccolo e le mie energie migliori voglio darle a lui.

About Gianmarco Cilento

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Collaboratore freelance per testate giornalistiche e Scrittore, mi occupo di Critica Cinematografica e Musicale. La mia prima pubblicazione "Peppino di Capri e i suoi Rockers" (Graus, Napoli, 2018) è stata ampiamente apprezzata da pubblico e critica

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