Prima del “pulmino”, il “pulmanino” è stato un termine abbastanza in voga tra i pendolari e i giornalieri del millennio scorso, utilizzato all’avvento dei minibus da viaggio che constavano dimensioni più generose rispetto agli standard dell’epoca.
È una definizione in disuso, quasi folkloristica, che però rende meglio la descrizione del veicolo di cui trattasi in queste poche righe, perché l’oggetto della riflessione è la carrozza spider (a cielo aperto) che da qualche tempo staziona, in assenza di un ricovero al coperto, presso il parcheggio del Santuario Regionale di San Francesco di Paola.
Rimesso in circolazione dopo un indefinito periodo di equilibrismi e carte bollate, il furgonato cabriolet è una delle punte di diamante cui sono state affidate le ambizioni di rinascita turistica dell’intero comprensorio paesano, talmente identitario da recare un’intera gamma di scorci paolani stilizzati e appiccicati sulla carrozzeria.
Orbene, considerati i proclami elettorali della coalizione che al mono turno delle passate consultazioni amministrative s’è imposta per distacco, basati sull’enfatizzazione delle risorse locali piuttosto che sul coinvolgimento di attori esterni ai confini cittadini, appare già emblematico il fatto che il pulmanino decapottabile sia stato affidato a una ditta che ha sede legale in un’altra città.
Una quisquilia questa però, se messa a confronto del vero smacco compiuto nei confronti della comunità arroccata alle pendici della basilica del Patrono di Calabria, che adesso deve anche vedere il minibus turistico circolare per le vie del centro con gli adesivi recanti il nome della ditta appaltatrice messi sopra a quelli che ricalcano i panorami della città, talmente invadenti da non consentire quasi il riconoscimento dei luoghi che si è inteso valorizzare.
Ma non era questa l’amministrazione di «Paola ai paolani» (con gli esponenti leghisti quasi pronti a pronunciare il motto «padroni a casa nostra»)?
Che ne è di quegli annunci?
Forse sono stati declinati in virtù di necessità sconosciute ai più, questioni che al momento fanno della Città di San Francesco il terreno ideale per iniziative gestite da “fuori”, che poco o nulla hanno a che vedere con gli interessi autoctoni.
Un piccolo esempio di privatizzazione dell’identità che forse anticipa ciò che attende l’umanità a livello globale, dove “bandiere”, “appartenenze” e addirittura “proprietà” e “discendenze”, sono messe sempre più in discussione a favore di interessi privati sempre più disumani e disumanizzanti.
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