In bioarchitettura è consolidato il principio secondo cui le pareti trattate con intonaco di terra e letame assumono qualità eccellenti per durata nel tempo e resistenza agli elementi.
Africa Subsahariana e Sahel, India e Bangladesh, America Latina (Regione Andina e Centroamerica), sono parti del mondo in cui questo tipo di attività edilizia è maggiormente diffuso, una pratica che viene tramandata sin dall’alba dei tempi.
Magari a Paola avessero imprascato col letame la facciata dell’ex collegio dei Gesuiti! Edificio noto anche per essere stato il Palazzo di Città (sede del Comune) e per essere – oggi – il (San)Museo Francesco di Paola.
Magari lo avessero fatto, oggi non s’assisterebbe al suo disfacimento.
Già bolso e gonfio, il versante che affaccia sulla rotonda che separa Via Nazionale da Piazza IV Novembre e Via della Libertà, tra poco inizierà a piangersi addosso, magari dopo qualche strattonata del vento che già si insinua nei tanti rigonfiamenti crepati e visibili a occhio nudo.
Magari avessero usato letame! A quest’ora, dopo poco più di un anno dallo smantellamento dei ponteggi dai quali è stato curato il restyling, la situazione non sarebbe stata così compromessa, con l’intonaco sotto al quale, a breve, dovrà essere messo un segnale di pericolo.
Un palazzo tanto prestigioso, orgoglio e vanto della Paola che fu centrale nell’ambito culturale della costa, trattato con materiale scadente. Sarebbe stato più dignitoso il letame.
Così come sarebbe dignitoso spiegare cos’è accaduto al tufo che incornicia uno degli ingressi sottostanti, trapanato per installarci un citofono, senz’altro necessario per l’attività museale ma vagamente arronzato per essere in linea con i rigidi dettami della Soprindentenza.
Essendo un bene culturale, per procedere nel verso del citofono saranno state richieste e ottenute tutte le autorizzazioni necessarie, ma la precarietà del supporto in questione è davvero imbarazzante.
Era meglio il letame.
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