La delicatezza della tematica trattata è tale che persino il termine “trattare” appare fuori luogo. Perché quando di mezzo ci sono i destini di interi nuclei familiari già sconvolti da una tragedia immane, è necessario porsi in una dimensione d’ascolto che sia quantomeno capace di captare il più ampio raggio possibile di “versioni”. Il caso specifico riguarda la prematura scomparsa di Michelangelo Montefusco (noto anche per la sua attività di disk jockey con il nome d’arte “Miki Monte Dj“) che, non ancora diciottenne, si è tolto la vita a San Lucido cinque anni fa. Una vicenda che all’epoca scosse profondamente la comunità del paese tirrenico e che ancora oggi riecheggia nelle aule di tribunale, laddove l’avvocato Nicola Rendace del foro di Cosenza, sta perorando la causa – rigorosamente “a porte chiuse” – a tutela della posizione dei genitori del giovane rimasto vittima di suicidio.

«Innanzitutto ci tengo a precisare – ha detto il legale – che Michelangelo non si è tolto la vita “per amore”. Intendo rimarcare questo aspetto perché nel procedimento in atto, soprattutto nell’ultima udienza, nessuno ha fatto riferimento alle cause del suicidio del giovane, che a tutt’oggi non sono ancora state definite. Datosi che quello in corso è un processo che vede alla sbarra i genitori della ragazza con cui il minorenne aveva avuto trascorsi relazionali, è necessario mettere in chiaro che l’eventuale matrice del gesto non è dipesa da un rifiuto o da una mancata corresponsione di sentimenti. Allo stato attuale si sta conducendo un dibattimento per stalking, un reato del quale il Gip ha inteso accusare coloro che, secondo più testimoni, si sarebbero resi protagonisti di episodi di aggressione e minacce nei confronti di Michelangelo. Occorrenze ribadite anche dalla madre, intervenuta nel corso dell’ultima udienza insieme ad un componente del commissariato di Paola ed un maresciallo dei Carabinieri che hanno condotto le indagini. Il processo è quindi generato da un’accusa precisa, corroborata da testimonianze che parlano di strani accadimenti precedenti al suicidio, come quello inerente lo spostamento di un’intera classe di alunni del liceo scientifico di Paola che, secondo una ricostruzione dei fatti, sono stati traslocati dal secondo al quinto piano dell’istituto su richiesta dei genitori della ragazza con cui Michelangelo aveva avuto una relazione, per poi tornare al loro posto una volta che il giovane era morto. A questo andrebbero aggiunti altri atteggiamenti intimidatori presumibilmente perpetrati fin dentro la casa in cui Michelangelo viveva».

S.Lucido – «Michi non si è tolto la vita “per delusione d’amore”» ultima modifica: 2016-05-16T09:55:09+02:00 da Francesco Frangella
Francesco Frangella

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Giornalista. Mi occupo di Cronaca e Politica. Sono tra i fondatori del Marsili Notizie ed ho collaborato come freelance per varie testate.