Salendo dalla vecchia “palombara”, la strada che – prima dell’apertura della SS107 – costituiva una delle principali vie di collegamento tra la costa tirrenica e l’entroterra cosentino, le peculiarità di un territorio reso celebre dall’immediatezza con cui si fondono la tradizione marinara e quella montanara, si colgono in un colpo solo, insieme alle immagini più nitide di un’attualità che reclama maggiore cura e attenzione per l’ambiente.

Come edicole di una sempiterna Via Crucis, lungo il percorso ci sono zone che, a memoria di generazioni, continuano a rappresentare, contemporaneamente, luoghi da cui ammirare panorami mozzafiato ma anche sfregi alla natura, dove carcasse di rifiuti ingombranti pungono lo sguardo che mira all’orizzonte.

Stanno lì, e nella disattenzione generale a volte bruciano, estendendo la propria presenza ardente lungo brulli pendii dove un tempo lussureggiava vegetazione ad alto fusto. Un danno che sembra destinato ad una tacita sopportazione, perché tutt’intorno è percepibile un intervento funzionale al pascolo; e la carne, il latte, i formaggi e le ricotte piacciono un po’ a tutti.

Così, tra capre e vacche che sembrano appiccicate al terreno verticale come manifesti su un muro, la “palombara” si snoda serpentina, arrivando al primo ciuffo di verde splendente sito in zona “Arciprete”, dove oltre all’artificiale presenza di aghifogli piantati dall’uomo, esiste anche un innesto sterrato che conduce a cime irraggiungibili dal tratto asfaltato.

Percorrendo quel tracciato aspro di pietrisco, dal fondo polveroso laddove il sole picchia forte e quasi paludoso nelle vicinanze dei corsi d’acqua, si giunge infine al cuore della montagna, comunque “marchiata” da segni di civiltà quali vasche di raccolta delle acque, centraline elettriche e ripetitori per ogni tipo di segnale.

Cercando di muovere il passo nell’ambito incontaminato di una foresta cangiante, che inizialmente brilla nell’immutabilità dei sempreverde per poi passare alla tenuità stagionale di castagni, cerri e faggi, si giunge infine alla “Croce” (che per i paolani è quella di “Montalto” mentre per i montaltesi è quella di “Paola”), il cui segno distintivo è comunque rappresentato da una statua di San Francesco che, solenne, si erge nel silenzio che regna nei paraggi.

Proprio l’assenza di suoni è una circostanza che desta curiosità, perché in un contesto naturale com’è quello di Cozzo Cervello, è lecito aspettarsi quantomeno il ronzio di qualche insetto o il pigolio di un volatile di passaggio, magari in cerca di un nutrimento che, guardando poi a terra, pare davvero difficile da trovare.

Il perché di questa “strana” situazione potrebbe essere ricercato proprio nella conformazione stessa del bosco, composto in gran parte da alberi che, a dar credito agli agronomi che li hanno studiati, paiono davvero essere giunti al completamento del loro ciclo produttivo.

Avvolti in una coltre di muschio che si sviluppa ad ogni latitudine, aggrappandosi per metri lungo tronchi ormai spugnosi, molti dei faggi che soverchiano il tappeto di foglie sottostante, impediscono alle nuove pianticelle di svilupparsi, troneggiando su quello che pare essere diventato un cimitero, con alberi imponenti più simili a lapidi che ad altro.

Scorgere tracce di un animale di passaggio o in cerca di nutrimento, è impresa assai difficile, così come è arduo scorgere il grufolare di un cinghiale in cerca di qualche tubero o pianta commestibile.

Tutto sembra congelato in un’attesa inerte, giustificata solo dall’andirivieni di viandanti che, nelle sgargianti colorazioni del proprio equipaggiamento, sfavillano col nylon presupposti ambientalisti che naufragano qualche metro più in là, dove avide motoseghe hanno fatto (e continuano bellamente a fare) razzia tra gli esemplari di faggi più utili alla falegnameria, quelli meno appariscenti per l’occhio profano ma fondamentali al ciclo naturale dell’habitat circostante.

A loro è dedicato il servizio video che segue, prima parte documentata di uno scempio che, oltre ad essere ambientale, è anzitutto culturale, perché figlio di una colpevole disattenzione verso tutto ciò che non si vede o che non lambisce zone d’interesse, siano esse strategiche per chi tenta di fare impresa sul turismo cosiddetto “sostenibile”, o per gli appetiti di una politica di contrasto che ultimamente ha rasentato la delegittimazione e la calunnia.

Per questi alberi “caduti”, testimoni di quanto sia zozzo il Cozzo che ne ha ospitato le radici, questo vuole rappresentare un necrologio, il segno che certifica la loro esistenza, probabilmente arsa nel forno di qualche pizzeria, dove a tranci s’è consumata la credenza di un ambientalismo spontaneo e condiviso.

Buona Visione

Video: Zozzo Cervello, scene di un salvataggio che (ancora) non è tale.Pt1 ultima modifica: 2019-11-04T21:48:58+01:00 da Francesco Frangella
Francesco Frangella

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Giornalista. Mi occupo di Cronaca e Politica. Sono tra i fondatori del Marsili Notizie ed ho collaborato come freelance per varie testate.