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Paola – Il privato lascia e il comune raddoppia: rischiatutto il Centro per l’Impiego

«Lasciate stare non vi preoccupate

non si fa niente!

Qua si campa d’aria, si campa d’aria, no?» (Otello Profazio – “Qua si campa d’aria”)

 

Come si fosse nel paese dell’eterno rimando, dove ciò che è possibile fare subito viene procrastinato a data da destinarsi, la città che ha dato i natali al Patrono di Calabria, si appresta a rimandare – e forse a perdere – l’ennesima occasione e l’ennesimo servizio.

Sorvolando sulle sanguinolente emorragie che, in pochi anni, hanno svuotato il comparto del terziario locale, annichilito da trasferimenti, da ridimensionamenti e dalla soppressione di diversi uffici pubblici (con i Vigili del Fuoco sempre in bilico per via della caserma) e dai cambiamenti avvenuti anche in storiche imprese private, un ulteriore passo verso il baratro potrebbe compiersi se la città perdesse anche il Centro per l’Impiego.

Finanziata sia dal Pnrr che da risorse del bilancio nazionale, la transumanza dei Centri per l’Impiego (d’ora in poi, CPI) di tutta Italia, ha preso avvio nel 2019, grazie al “Piano Straordinario di potenziamento dei centri per l’impiego e delle politiche attive del lavoro”. Il Piano in questione prevede risorse per il potenziamento, anche infrastrutturale, dei CPI, in conseguenza di un previsto incremento straordinario di personale.

Ovviamente anche Paola, essendo una città dotata di un CPI, è stata coinvolta nel processo di cambiamento, a patto di presentare un progetto in linea con i crismi del Piano, che prevede la possibilità d’intervento «sia sulle nuove, che sulle attuali sedi», potendo riguardare anche la manutenzione straordinaria.

Datosi che l’attuale sede del CPI paolano non avrebbe soddisfatto i requisiti richiesti per il finanziamento, dalle parti dal comune – a partire dal 5 novembre 2023 – si sono premurati di emanare un avviso finalizzato «all’individuazione di sedi adibite a Centri per l’impiego in riferimento al Piano straordinario di potenziamento dei Centri per l’impiego e delle politiche attive del lavoro di cui al D.M. 74/2019 e ss.mm.ii.”».

L’avviso ha ovviamente colto nel segno e “qualcuno”, a far data dal 20 marzo 2024, ha visto la sua offerta valutata da «rappresentanti dell’amm.ne comunale – si legge sempre nel recente “ri-avviso” dell’ingegner Pavone (prot. 11595 del 8 luglio 2024) – unitamente a personale dell’ufficio Tecnico del Comune di Paola ed ai Funzionari e Tecnici della Regione Calabria», che «hanno visionato l’immobile proposto al fine di verificare l’idoneità dei locali».

Da qui in poi, il buio.

Il buio su quel “qualcuno” (pronome indefinito che resta tale malgrado la lettura integrale dell’atto a firma dell’ingegner Pavone), che non viene mai nominato: né come soggetto valutato, né come destinatario di un’eventuale valutazione positiva o negativa.

Il buio sull’iter seguito dalla procedura, che però – improvvisamente – è tornata a illuminarsi il 5 luglio scorso, quando – come verga l’ingegner Pavone – «la società partecipante alla manifestazione d’interesse (che resta “innominata”, ndr) ha rinunciato alla propria candidatura comunicando che: “visto l’elevato costo per l’adeguamento sismico dell’immobile da adibire a Centri per l’impiego e gli adempimenti da dover effettuare, il sottoscritto, si vede costretto a dover ritirare la propria disponibilità a cedere l’immobile”».

Così,  “d’emblée”, senza colpo ferire. Causando però una perdita di tempo importante per quelle che sono le scadenze dei progetti finanziati dal Pnrr (e questo lo è).

La speranza è che con questo ulteriore richiamo si possa colmare il gap già accumulato, perché non ci vuol niente a vedersi affiancati e magari superati da un altro comune che, nella folle corsa alle risorse, presenta un progetto maggiormente performante.

A quel punto, chi sarebbe responsabile della perdita? Chi spiegherà ai paolani che una discreta quantità di stipendiati andrà a far girare l’economia altrove? Chi si assumerà la responsabilità di aver fatto svanire un servizio dall’area urbana?

«Di costui non possiamo dare né il cognome, né il nome, né un titolo, neanche una congettura sopra niente di tutto ciò […] per tutto un grande studio a scansarne il nome, quasi avesse dovuto bruciar la penna, la mano dello scrittore […] colui che noi, grazie a quella benedetta, per non dir altro, circospezione de’ nostri autori, saremo costretti a chiamare l’innominato». (A. Manzoni, I promessi sposi, cap. XIX)

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