«Ecco qua» – disse mentre varcava l’ingresso del San Settembirino – «forse sono al sicuro» – sospirò.

Così, il sindaco Baracca del Rampante Cavallino entrò in municipio. L’aria era pesante, condizionata da lamentele che solo il coltello di vecchie da proverbio poteva tagliare. Un tifone di afa mista a respiro lo scosse, facendogli tremare il ciuffo ingellato. Mise le dita a forma di “Ok”, prese una delle stanghette degli occhiali, se li tolse e disse ancora: «Allora è qui, oggi, che tutto prenderà forma».

Ignaro e fiducioso prese posto al suo posto, quello che si era guadagnato col “sangue” e col “sudore”. Quasi come se l’attesa dello scranno, durata molti anni, lo avesse fiaccato nel fisico palestrato.

Sanguinante e sudato, sedette.

Il suo sguardo percorse l’intera aula. Paloma non c’era.

Tutti seduti, il Meridione Grandioso splendeva in fondo alla sala, gli Imponderati Tranquilli alla sua destra, il Misto Gruppo all’orizzonte ed una minoranza che, ad esclusione della parte maligna, era rappresentata dal solo Venticinquedicembre.

Una situazione da bilanciare con saggezza.

«Al mio fianco un Piccolo Agrume, Saro Manteano, quell’indolente di Scanu, il fantasma di un volatile e il Macro Bidello. Sono sempre più solo, non posso fidarmi di nessuno». Pensava, forte, il sindaco Baracca.

«Dinnanzi a me una platea virtuale che ho pagato profumatamente, con promesse e con prebende. Un elettorato che era senza malizia, desideroso di veder cambiare tutto affinché tutto cambiasse. Una banda di persone tradite che, alla stregua del miglior cornuto, continua a darmi fiducia. Nonostante tutto».

Il viso di Baracca salutò, tirato, la presidenziale adunante. Erminia Questodarò lo guardò, rapita in un’immagine a cavallo tra api e fiori di un giardino curato, pensando: «Peccato. Così giovane, così bello. Ma anche così imperscrutabilmente sconosciuto. Alieno, perché non sei di questo mondo?».

«Non posso fidarmi di nessuno – ripeteva, intanto, Baracca nella sua mente – Guardali la: De Flora sorride e mi da l’occhéi. I fratelli Tuono sembrano un tutt’uno, con quello più giovane che mostra segnali d’impazienza. Fr anzisko Cobra è chiaramente fulminato, Svetonio Lo Micio legge le sue carte, mentre Molecola e Stellanò irradiano calore. Non posso più fidarmi di nessuno, me lo ha detto la voce. Non posso fidarmi, soprattutto di te, stregaccia di una consigliere Dellanomaggiore. Traditrice, venduta, perché non liberi il posto e passi ai banchi dell’opposizione?».

Così pensava Baracca e il discorso s’apriva. Venticinquedicembre, nonostante fosse l’unico cavaliere avverso della giostra, si produceva in aringhe sempre più audaci, arrivando a dire: «Lo dica, Sindaco, chi tra noi due ha ghermito più pulzelle!», Ma Baracca, ormai catatonico, ripeteva soltanto a mente: «Ora è chiaro, non posso fidarmi più nemmeno di me stesso».

 

 

Quello che avete appena letto è il quinto capitolo del romanzo a puntate “Città con il nome di Donna”. Fatti, cose o persone, sono puramente immaginari. Ogni riferimento a fatti, cose o persone, è puramente casuale.

Per riprendere il filo dai primi capitoli:

  1. Cap. I: Via della Capitale eruttava merda (clicca e leggi)
  2. Cap. II: ORRORE E SACRILEGIO. Catena recluse parcheggio in centro (clicca e leggi)
  3. Cap. III: Parcheggio in centro: PERICOLO MORTALE! (clicca e leggi)
  4. Cap. IV: Una lacrima in una stretta di mano (clicca e leggi)
CITTÀ CON IL NOME DI DONNA [Cap.V] La fiducia manda Paradiso ultima modifica: 2015-06-20T16:50:36+02:00 da Giampiero Delpresepe
Giampiero Delpresepe

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Autore "collettivo", nominato caporedattore della Testata on-line Marsili Notizie, mi occupo dello scibile in generale, con particolare attenzione alla Politica.