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Paola – De Matteis: «sulla sanità, ad oggi, solo sterili riflessioni»

Inevitabilmente, anche se distante migliaia di chilometri dal proprio paese, i social media coinvolgono e rendono partecipi degli accadimenti quotidiani. Ancora una volta, con la legge voluta dalla Lega, il cosiddetto decentramento, si parla della sanità. In particolare a Paola, vedo riaccendersi discorsi che, a mio modesto parere, non portano a nulla, se non a sterili polemiche locali. Qualche breve riflessione: penso di poterla fare dopo oltre quarant’anni in campo medico, con conoscenze locali e nazionali. L’Italia negli anni Ottanta e Novanta, secondo i dati ufficiali, aveva il secondo miglior sistema sanitario al mondo. Col tempo abbiamo perso molto nella graduatoria. Sarebbe troppo lungo sintetizzare gli errori commessi, a partire dalla privatizzazione, al numero chiuso, alla mancata obbligatorietà del tempo pieno per tutte le attività sanitarie.

Vediamo la situazione locale: avevamo due ospedali, Paola e Cetraro, che riuscivano a soddisfare le basilari necessità della popolazione locale. Con la nuova organizzazione sanitaria, questi due nosocomi, fotocopia, non erano in grado di dare risposte adeguate alle tante nuove richieste in campo medico. Qui non posso fare a meno di riportare la mia esperienza personale. Al fine di garantire la sopravvivenza e migliorare i servizi dei due presidi, furono proposti due poli, uno medico e uno chirurgico, il che significava personale sufficiente per una sola chirurgia e per una sola medicina. Purtroppo rimase sulla carta. Nel 2005 venne riproposta una qualificazione dei due presidi, ma anche questa venne affossata non solo perché qualche dipendente da Paola doveva recarsi a Cetraro e viceversa, ma l’ASP divenne provinciale, di male in peggio. Vennero chiusi o depauperati numerosi ospedali periferici, senza ampliare i grandi ospedali. I risultati sono sotto gli occhi di tutti, e gli ammalati la pagano sulla loro pelle, non ricevendo risposte o, se vi è la possibilità ed il tempo, si ricorre fuori regione. Questo è un dato che non può essere smentito. Oggi sul Tirreno non abbiamo una risposta reale neanche per l’emergenza. Non cito Cosenza che, secondo l’AGENAS, è il peggiore ospedale in Italia. Oggi avere un reparto a Paola o Cetraro cambia poco o nulla. Si può morire sotto casa e sopravvivere a qualche chilometro di distanza. L’importante è avere le risposte adeguate, cosa che oggi non è sul Tirreno. Pensate a due eventi di mortalità più comuni, cardiovascolari e neurologici. Chiunque di noi venga colpito da un simile evento, può rimanerci secco. In questi casi, i secondi e i minuti sono preziosi, i centri più vicini sono Cosenza o Catanzaro, sperando che il 118, ridotto al minimo come personale ed ambulanze, possa intervenire e si trovi successivamente lo specialista capace. In tutto questo disastro non saranno i poveri medici cubani, né i vari annunci spot, che potranno risolvere i problemi sanitari calabresi. Il bilancio sanitario è passato dal sette al sei per cento in campo nazionale. Come paragone la Francia è al nove. In questo contesto, la Calabria che già oggi non è autosufficiente, domani sprofonderà nel decreto Calderoli. Sarò pessimista, o meglio realista, non si risolve nulla spostando questo o quel reparto, senza personale con strumentazioni obsolete. Con personale sottopagato e che spesso svolge attività esterna a pagamento, e purtroppo in qualche sporadico caso, sistemati in base al politico di turno, non per merito, ma per appartenenza. Affermo questo in quanto non si tratta di destra o sinistra, le mie sono idee che con altri portiamo avanti da decenni, ma che come al solito rimarranno solo scritte come in passato. Salvo piangere per le prossime vittime.

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