di Gianmarco Cilento

Maestro Peppino Gagliardi, il 27 febbraio grande ritorno dal vivo al Teatro Sannazzaro di Napoli, sei emozionato?

Certo, io sono sempre emozionato quando canto. Soprattutto perché amo Napoli. Ma in realtà amo una certa Napoli, quella più bella e più importante. C’è una parte che “fa quello che vuole” e una che si chiude dentro, più triste. La mia città è stata una grande regina della Cultura…

Penso sia un’ottima occasione per parlare dei tuoi inizi. Prima con il complesso “i Gagliardi” poi l’approdo alla prima casa discografica…

Diciamo che per quella casa discografica sono stato suggerito da un editore che di me disse “ma c’è uno che canta all’opposto degli altri”. All’epoca lavoravo nei “night per gli americani”, locali che erano laboratori per noi musicisti. La nostra generazione è stata irripetibile, in quei locali facevi anche il laboratorio della vita. I locali di cui parlo erano proprio per turisti o marinai che scendevano dalle navi a Napoli, con le guide che li portavano proprio lì. In questi posti vi erano le cosiddette “entraineuse” che se ci volevi andare buon per te! Ogni gettone era una consumazione per questi ufficiali.

Come nasce il complesso “i Gagliardi” che poi prendono spunto dal tuo cognome?

Eravamo degli amici, all’epoca dovevamo organizzarci per la compagnia, e avevamo bisogno di un movente per parlare, divertirci, riunirci. Essendo amanti della musica c’era quindi chi suonava la batteria, la chitarra e il basso. Così nacquero “i Gagliardi”, con un nome quasi come modo di dire! Ma c’è da raccontare di me ben prima di questo.

Allora raccontiamo proprio gli esordi!

A 13 anni e mezzo ho iniziato a suonare per il seguente motivo: papà ebbe un dissesto finanziario. E da buon padre a me aveva fatto studiare musica, a mio fratello disegno e architettura, e mia sorella era una grande operaia, ma anche sarta, faceva di tutto. Lui era un padre un po’ all’avanguardia! Quando una sera mi sentirono suonare dei signori, presero l’indirizzo di casa mia, vennero da mia madre e le dissero se potevo suonare in staff con loro la domenica, o per dei matrimoni, ecc… Io a quei tempi (nel 1954, ndr) suonavo la fisarmonica, che era visto come lo strumento principale. Il pianoforte ad esempio era presente in pochissime case. E mi chiamavano proprio “il maestrino”.E a queste feste mi pagavano bene, poi facevo ciò che davvero mi piaceva, mentre nello stesso periodo non potevo fare molte cose che mi sarebbero piaciute. Però grazie a questo avevo capito che la musica veniva prima di tutto! E portando tutti questi soldi in famiglia… Mentre molti cantanti napoletani all’epoca si portavano gli spartiti per leggere la musica diciamo così “a vista”, io suonavo la fisarmonica in una maniera completamente diversa: con un certo tremolio, come gli archi di oggi diciamo! E man mano si sparse questa voce…

Peppino Gagliardi e il suo complesso, il primo 45 giri del 1962

 I tuoi idoli?

Inizialmente non i cantanti italiani, bensì tipi come il Dio Elvis, Ray Charles o Joe Tex. Oggi se chiedi chi è Joe Tex nemmeno sanno più chi sia. Però sentivo questa roba che mi entrava subito nel sangue. Pensa che ho suonato la fisarmonica con il mio complesso in Corsica, e i miei colleghi volevano vedere che effetto faceva al pubblico quando suonavo il Tango, il “Petite Fleur” ad esempio. Mescolavo i generi! Infatti penso che nel mio primo disco, “T’amo e t’amerò” c’è un miscuglio di etnie musicali che fa paura! Flamenco, Blues, un assolo di hammond. Ero avanti…

Copertina del singolo di “Dimme ‘ca tuorne a ‘mme” 1968

E da lì passaggio alla Jolly?

Prima fui scritturato dalla Jolly che mi ha preso e portato a Milano! Loro mi hanno ben voluto, tanto è vero che mi volevano far anche restare a Milano con l’alloggio, il presidente Walter Gultler però vedeva che ero titubante e spesso mi disse “no, prendi l’aereo e scendi a Napoli quando vuoi, te lo paghiamo!” Devo dire che una volta c’erano veri discografici che capivano anche come era fatto l’artista. Oggi c’è il trucco, tante costruzioni sui personaggi. Io sono contro queste cose… Il vero artista deve fare la gavetta che serve a far capire molte cose, io grazie alla gavetta capisco delle cose che ancora oggi sono attuali. Io ho sempre cercato di fare incisioni con i migliori musicisti, ho sempre lottato per avere al mio fianco certi arrangiatori che molti non conoscevano. Come ad esempio Bill Conti, “mi dovete trovare questo ragazzo” dissi, e non lo conosceva nessuno! Ma gli addetti ai lavori sapevano benissimo chi fosse… E lo portai al Festival di Sanremo 1972 con il brano “Come le viole” e passammo una notte insieme a studiarne l’arrangiamento. Dopo circa tre anni Conti ha vinto un Premio Oscar per la colonna sonora di “Rocky”!

Peppino Gagliardi con Nicola Di Bari e Nada al Festival di Sanremo 1972
Copertina di “Vagabondo della verità” 1974

Come nasce la collaborazione con il tuo paroliere di fiducia Gaetano Amendola, che ha scritto i versi dei tuoi successi come “Settembre” o “Come le viole”?

Lui era un ragioniere fiscalista, mi prese a benvolere. Ci fece incontrare l’editore Barrucci, poi si creò una bella sintonia. Era un grande amante di poesia, pian piano divenne uno di famiglia, mi aiutò in tante cose private. I testi li abbiamo sempre rivisti e corretti assieme. Lavorando insieme perfezionammo anche il metodo. Un tempo per la stesura del testo vi era l’usanza di prendere una musica e sovrapporci i “numeretti”. Per farti capire sulla musica si metteva sopra una sequenza numerica come 23-37-32 e dopo il testo definitivo doveva seguire la rima di quei numeri. Ma questo era già fuori tempo negli anni settanta. Negli anni successivi ho lavorato anche con altri parolieri, come Lorenzo Raggi (autore tra l’altro di Aznavour) o Enzo Ventre. Amendola morì poco dopo che io lasciai Napoli in via definitiva…

Peppino Gagliardi al Festival di Sanremo 1973

Hai avuto grande elogio da Alvaro Soler! Ti rendi conto che sei il suo idolo?

Beh sono abbastanza contento di questo! Ma in America Latina ho avuto molte cover. Pensa che “Como violetas” (la versione spagnola appunto) è stata reincisa anche da Paco De Maria, giovane e virtuoso cantante messicano, in una versione molto soft alla Michael Bublè, e di questa versione ne ha lanciato anche un bel videoclip

Del 1981 il tuo trasferimento da Napoli a Roma. Decisione artistica o personale? Diciamo che andando spesso a Roma mi chiedevo “ma devo pagare sempre l’albergo?”. Quindi avevo deciso di trasferirmi. Poi Napoli in quegli anni era diventata turbolenta (lo è sempre stata). Già mi ricordo dei ragazzini, alcuni “fascisti”, altri comunisti, e un giorno mi capitò di fermare uno di loro dicendogli: “ma tu che combatti lo sai del perché sei fascista o comunista?” oppure chiedevo “lo conosci Antonio Gramsci?”. E a volte ti prendevano a botte, sostavano nei quartieri anche per quindici giorni, con catene, mazze e chi più ne ha più ne metta. Senza avere un’idea di ciò che facevano tra di loro. Ma non conoscevano il principio della loro ideologia, non sapevano nemmeno chi fosse Gramsci! Io a volte posto qualcosa del genere su Facebook. Bisogna capire cosa sia la sinistra, questo però senza confonderla con la contaminazione successiva. Ma il problema è che la gente non si informa neanche oggi. Io amo il web, per questo sono abbastanza informato. La gente della mia età non so perché non sempre va d’accordo con queste cose…

Copertina di “Quanno figlieto chiagne e vò cantà cerca int ‘a sacca e dalle ‘a libbertà” 1975

Delle tue tournée all’estero che mi racconti?

Diciamo che il ricordo più bello lo conservo in Egitto, li mi hanno invitato moltissime volte. Un altro paese dove sono stato spesso è stato il Giappone. Ti racconto il perfezionismo maniacale dei giapponesi. Ricordo un episodio assurdo, avvenuto attorno al 1980. A parte che sono arrivato li dopo 22 ore di aereo con i piedi gonfi, e poi dopo tre scali, dove in un paese c’era gelo e nell’altro un caldo opprimente. Giunti sul posto l’impresario Bianchi (che lavorava per la Campi) mi sconsigliò di cambiare la scaletta dei brani durante i concerti alla TV giapponese “quelli devono seguire il testo attraverso la traduzione, non puoi improvvisare, non hanno la traduzione sottomano!” In questo show c’era uno showman, una sorta di Fiorello giapponese che mentre cantavo faceva delle smorfie strambe da perdente. Non la reggevo! Altro episodio esilarante: la notte mi sono permesso di aprire il frigobar per bermi qualcosa, però c’era scritto solo in giapponese cosa fosse e non capendo cosa stessi per bere cercai di rimetterla dentro. Ma il frigorifero non la accettava più! Perché la avevo presa. “Meno male che siamo nel paese della tecnologia” pensai. Un’altra bottiglia: stessa cosa, e non la posso più rimettere nel frigo. Quando poi tempo dopo mi richiamarono per un’altra tournée risposi “no, non ce la faccio!” Noi italiani non possiamo nemmeno immaginarlo tutto questo se non lo proviamo. Il loro lavoro qui in Italia lo faremmo in quindici giorni, loro ci impiegano non più di quattro giorni. Durante gli spostamenti ad esempio la troupe televisiva non si arresta un secondo, mica fa una pausa per fumare per dirti! No, riguardano subito il girato di poco prima, in modo da correggere immediatamente eventuali difetti.

Un’immagine di Peppino Gagliardi negli anni Novanta

E dei concerti nelle Americhe ricordi particolari?

Anche gli Stati Uniti o l’America del Sud sono molto precisi, ma non quanto i giapponesi. I tedeschi in confronto fanno ridere a pignoleria. In Venezuela ricordo che andai a registrare uno spettacolo televisivo dove a condurre vi era un presentatore che poi si presentò alle elezioni. Era simpaticissimo, mi fece fare queste quattro puntate dello show, con il discorso pure preparato. Suonai un pianoforte davanti a lui e mi disse “che stai suonando?” e io “no, sto improvvisando!”. Poi morì in un incidente aereo. In un altro paese (non ricordo quale) andai a ritirare un’onorificenza, e come inno italiano suonarono “’O sole mio”. Non è il nostro inno nazionale, ma loro ne erano convinti! C’è da dire che la cementificazione della musica nostrana oltralpe è rappresentata dalla Canzone Napoletana.

Alvaro Soler, la popstar spagnola fan del cantante napoletano

Negli anni 2000 non escono tuoi nuovi album. Ti sei dedicato ad altri hobbies o è stata una scelta personale quella di non comporre nuovi pezzi?

Più una scelta personale. Sai, il trasferimento in campagna e cose del genere, un ritiro interiore. Però ho composto musiche per il teatro, per spettacoli. Mi rendevano molto, ho preferito comporre in quegli anni. Uno di questi spettacoli si chiamava “Le allegri comari di Windsor” di Shakespeare. Avevo lavorato negli anni Ottanta con la Compagnia di Carlo Hintermann. Ci tenevo a misurarmi con queste cose nuove. Sai, io amo la poesia e la musica, la poesia è però un compenso che ti dà la musica. Sui social posto tantissima poesia (di Bukowski ad esempio). Devi abituare la gente alla poesia, lei è indispensabile, infatti Bukowski diceva “senza la poesia io impazzirei”. Anche se la musica forse viene prima di tutto!

Una delle ultime apparizioni televisive di Gagliardi, risalente al 2007

In sala d’incisione eri anche arrangiatore?

No. L’arrangiatore lavorava con me. Veniva anche a casa mia, lui cercava di carpire tutto ciò che mi serviva per cantare. Ho lavorato con arrangiatori importanti come Peppe Vessicchio e Stelvio Cipriani. Cipriani è stato mio grande amico, ricordo che mi lavorò gli archi di “Gocce di mare” (sulla ritmica già lavorata) e non volle neanche essere pagato! Vessicchio invece l’ho quasi scoperto io, prima d’ora aveva suonato solo la chitarra, non aveva mai fatto arrangiamenti per LP. Io lo incoraggiai e mi curò benissimo gli arrangiamenti dell’album “Io sto ‘cca”. I miei collaboratori più frequenti sono stati senz’altro maestri come Claudio Gizzi o sempre Bill Conti o i fratelli De Angelis. Gizzi però è stato il più abituale, e ha fatto gli arrangiamenti per il disco “Quanno figlieto chiagne e vò cantà cerca ‘int ‘a sacca… e dalle ‘a libbertà!” che sono davvero la fine del mondo! Forse non ho scelto gli arrangiatori migliori in circolazione, ma quelli che ho avuto mi hanno fatto perdere meno tempo e guadagnare più in sala! Un ricordo molto bello che porto nel cuore è quello del maestro Pino Calvi. Dovevo cantare in TV un pezzo che si chiamava “Al pianoforte” nella cui versione su disco suonavo il piano e cantavo da solo. Calvi venne da me e disse “senti, al tuo brano ho messo degli archi sotto, un bel tappeto sonoro, fidati” e gli archi in questione erano quelli della grande Orchestra Scarlatti! Ed eravamo a “Senza rete”. Lui ad un certo puntomi mise una mano sulla spalla disse: “ascolta, io le tue intenzioni le potrei pure copiare, ma le farei tecnicamente, non con l’anima, tu certe cose le senti davvero” e aggiunse “suonalo tu il pianoforte!”, io non esitai a rispondere “mi dai una responsabilità enorme”. Credeva molto in me…

 Che consiglio daresti ad un giovane cantante di musica napoletana alle primissime armi?

Dovrebbe fare molta gavetta, anche se ultimamente pare che non la vogliano fare più.

Dopo questa serata che aspettiamo con entusiasmo hai un nuovo disco in uscita? O una nuova tournée Un nuovo disco no. Sto lavorando ad un pezzo, ma non ho in cantiere un album intero. Anche alla serata di mercoledì 27 non porterò brani inediti, ma quelli più collaudati, tutti arrangiati con una ritmica molto curata, e due pianoforti. In un modo o nell’altro sempre i pezzi cementati nel cuore e nell’immaginario collettivo.

Ritorno live il 27 febbraio di Peppino Gagliardi – Intervista di G. Cilento ultima modifica: 2019-02-23T11:45:26+02:00 da Redazione
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