È domenica, il giorno che per antonomasia dovrebbe essere dedicato al riposo. La mente svagata di una persona ragionevole – comunque non immune a sviste censurabili (come ad esempio grippare un motore per mancanza di olio) – è assorta e rapita dalle notizie che giungono da ogni parte, tutte concentrate su un unico argomento: il Covid-19, coronavirus.
Un allarme mondiale in Italia è emergenza. Regioni circoscritte, province impenetrabili, chiuse le istituzioni, regolamentati gli incontri pubblici, sconsigliate le feste private, impediti gli assembramenti. I rientri da zone a rischio vengono filtrati: stazioni presidiate, autostrade prese d’assalto, autorità in guanti e mascherina vigilano sul possibile.
Come un moto ondoso in aumento, l’opinione pubblica fa sentire la sua voce. Sui social vengono riversate ansie, preoccupazioni, paure e contromisure auspicabili, tra le quali – la più frequente – è una richiesta di fermo per coloro che, nel calcolo delle probabilità, potrebbero risultare (tras)portatori di un contagio che ha radici nell’estremo oriente e che in Italia ha colpito laddove “tutto gira”, dall’economia alle relazioni.
Il gaudente nord-est della Penisola, laborioso e giramondo quanto basta per entrare in contatto con le Potenze estere, è il “cerchio di fuoco” che il Governo tenta di limitare, con Decreti diretti al contenimento di tutto ciò che possa veicolare un contagio. Un grosso fazzoletto di terra che, in tempi neanche tanto lontani, è divenuto “eldorado” per le speranze di generazioni con la valigia, da quella di cartone alle più recenti sciccherie “Made in China”. Gente emigrata che ha poi messo su famiglia, ma anche pendolari del lavoro che è sempre più raro altrove, e soprattutto ragazzi che cercano di sbocciare in Università più vicine alle realtà veramente produttive in questo momento, con al fianco industrie d’ogni tipo, fabbriche, ospedali e startup che in altri posti sono soltanto chimere.
Su quel manico da ombrello che è la Calabria, punta di un ben più noto Stivale, la stretta del virus non ha raggiunto la pressione avvertita nel settentrione. Vuoi per la popolazione bassa, vuoi per cronica mancanza di un’economia capace di elevarsi dal sottozero che la caratterizza, vuoi perché i residenti sono stanziali come i branchi di felini nella savana.
Caratterizzata da una sanità che è ad un livello ancor più basso dell’economia, la Calabria “vergine” di progresso è al tempo stesso “croce” e “delizia”, perché malgrado non possa garantire tutele che in Europa sono prassi, rappresenta comunque un porto salvo dove riparare in questo momento.
Emanata all’occorrenza dalla Governatrice Santelli, una misura drastica stabilisce che chiunque arrivi in questa Regione, o vi abbia fatto ingresso negli ultimi quattordici giorni dopo aver soggiornato in zone a rischio epidemiologico, debba sottoporsi ad una quarantena obbligatoria, con tanto di sorveglianza attiva. Una sorta di forzata permanenza domiciliare che certifica la germogliatura di un nuovo concetto con cui misurarsi: il “migrante di rientro”.
Reo di provenire da zone scientificamente circoscritte, il cittadino italiano che risulti “migrante di rientro” in Calabria, in nome della salute pubblica deve percepire come un proprio diritto l’auto reclusione, per di più sorvegliata dall’Autorità come accade per coloro che devono scontare misure cautelari imposte dalla magistratura.
Nell’era che si è aperta con la “guerra preventiva” di inizio anni 2000, si scopre che nel 2020 i diritti personali sono stati riadattati, declinando il senso civico nell’autosospensione – sorvegliata – dalla vita comune e, di fatto, sospendendo la democrazia per come la si è sempre percepita.
Confidando poco nel buon senso della gente, i governanti hanno imposto una marzialità leggera, un coprifuoco freddo, una “dittatocrazia” (dittatura+democrazia) che eleva il Covid-19 a leader supremo, in grado di modificare le regole del gioco mentre lo si sta giocando.
Come fosse una sorta di contrappasso, questa nuova entità transnazionale determina situazioni che, se si disponesse di una ragionevolezza media (quella non infallibile a cui capita di bruciare motori di scooter, ma anche capace di rispettare prescrizioni) dovrebbero ispirare quantomeno un insegnamento, basato inizialmente sul contrappasso in cui i migranti che ora si tenta di fermare, sono persone per cui si prova affetto, consanguinei, parenti, fratelli e sorelle che nell’isteria generale hanno (e come biasimarli?) pensato che il posto più sicuro sia la casa di famiglia.
In un contesto dove sembrava legittima ogni becera considerazione contro quella gente che, in fuga da territori di guerra o da zone depresse economicamente, veniva bloccata sui barconi o lasciata ciondolare alla deriva e in mezzo al mare, ora capita l’inverso, con le stesse scene vissute però su navi da crociera e fughe messe in atto da zone obiettivamente ricche.
Ecco, oggi che si percepisce la tensione che sta alla base di certi fenomeni, sarebbe davvero irresponsabile non calarsi nei panni di chi si mette in viaggio, di chi spera di evitare il peggio semplicemente spostandosi tra le maglie di una mappa, di chi – paradosso dei paradossi – oggigiorno si vorrebbe respinto al grido: «Aiutatevi a casa vostra» (che, tra l’altro, è molto meglio attrezzata della “nostra”).
Ben venga la quarantena volontaria attivamente sorvegliata, ma che nessuno pensi ad una chiusura delle frontiere (seppure solo quelle virtuali dei confini regionali), perché dopo aver serrato l’esterno e l’interno, prima o poi arriverà il momento di uno scontro fratricida.
In fondo, sebbene sembri una dittatura, quella in vigore prende ancora il nome di “democrazia”, dove ognuno, rispettando diritti e doveri, può fare ciò che meglio crede. Sempre senza calpestare gli altri.
Marsili Notizie Sito di Notizie sommerse e di informazione attiva


