Pizzo

Non pagare il pizzo: una questione di “dignità”. La storia di Rocco Mangiardi

Intervista tratta dal Documentario: «‘Un Pagamu – la tassa sulla paura»

E’ sotto scorta, ma non tanto per la sua testimonianza, ma perché durante il processo, è stato sventato un attentato ai giudici che seguivano anche la sua vicenda. Mangiardi, mi dice questo, per far capire chi denuncia non sempre è costretto a vivere tutelato. Non vuole scoraggiare i suoi colleghi ‘onesti’.
” Nel 2006 vengono e mi dicono di non dare più credito a nessuno, pagando una tangente di 1200 euro al mese, avrei risolto tutti i miei problemi. Mi dissero di dare questo pensierino a Pasquale Giampà, reggente del clan Giampà, a Lamezia Terme.”
Nel negozio di Rocco Mangiardi lavorano quasi solo giovani, tutti messi a posto.
“Pagare questa cifra per me voleva dire chiudere l’ attività e licenziare tutti. Sono entrato in contatto con l’associazione antirakcet di Lamezia Terme (ALA) ed ho ritenuto opportuno iniziare a collaborare con le forze dell’ordine. Ci sono state delle intercettazioni e poi gli arresti di quattro persone, tra cui Pasquale Giampà.”
Claudio Metallo: E dopo?
Rocco Mangiardi: “Nel maggio 2008 è iniziato il processo. Il momento più importante sia per me che per il procedimento è stato il primo grado, quando sono andato a testimoniare contro questi individui che cercavano di estorcermi del denaro. In quella giornata ricordo benissimo che c’erano molti commercianti al mio fianco, soprattutto quelli che aderiscono all’ALA. E’ stato molto incoraggiante per me quella presenza, perché anche grazie a loro sono riuscito ad indicare al giudice i miei estortori. La sentenza di 1°grado è stato di 14 anni per i due imputati maggiori. In 2°grado è stata ridotta ha 10 anni.”
CM: Come mai è arrivato a testimoniare in aula? Se l’imputato richiede il rito abbreviato il confronto non è indispensabile.
RM: “Sono arrivato a testimoniare in aula perché con molta probabilità, il boss Giampà, non richiedendo il rito abbreviato pensava che io mi tirassi indietro e che non andassi a testimoniare. Cosa che non è successa. Ho avvertito questa non richiesta di rito abbreviato come una sfida. Credo che lui abbia fatto questo perché credeva che io non avessi il coraggio di andare a testimoniare. Cosa che non è successa”
CM: Com’è cambiata la sua vita?
RM: “Vivo sotto scorta dal Natale del 2009. Con la famiglia stiamo vivendo con serenità questa situazione. C’è meno intimità, ma mi sento comunque più libero e più sicuro che sotto protezione di un boss della ‘ndrangheta. Ne ho guadagnato anche in dignità. A miei figli ho cercato di passare alcuni valori. Avrebbero potuto dirmi: ci hai insegnato una cosa ed ora ti tiri indietro?”
CM: Le ‘ndrine, nonostante gli introiti derivanti dal traffico di droga, dagli appalti continuano a chiedere il pizzo.
RM: “Chiedere un’estorsione ad un piccolo commerciante come me, gli serve come monito per far capire alla gente ed ai commercianti che comandano loro.”
CM: Cosa direbbe ad un collega per convincerlo a non pagare?
RM: “Ai miei colleghi direi di pensare ai propri figli, perché pagando non gli diamo un bel futuro. Si ritroverebbero con i nostri problemi. Per questo bisognerebbe andare contro alla ‘ndrangheta, a questa gentaglia.”
Gli chiedo se vuole aggiungere qualcosa, mi dice:
“Vorrei dire che spero che i genitori la smettano di dire ai propri figli che il futuro lo cambieranno loro. Il futuro, lo si cambia insieme, non possiamo lasciare ai nostri figli il problema della ‘ndrangheta”.

 

‘Un pagamu.La tassa sulla paura from Miko Meloni on Vimeo.

 

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