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Paola – Mario Serpa morto a 2 settimane dalla semilibertà: chiesta autopsia

Da quello che lui stesso – parlando coi familiari – definiva «imbuto», il 69enne Mario Serpa è uscito purtroppo nel modo che, qualche tempo prima, qualcuno all’interno gli avrebbe “predetto”.

«Perché il carcere di Parma si può lasciare solo in due casi: o “saltando il fosso”, o …».

Questa consapevolezza, condivisa nel corso di conversazioni con i suoi cari, Mario Serpa la sentiva particolarmente ostile, quasi una condanna dentro la condanna all’ergastolo, come se il tempo – nonostante l’approssimarsi della semilibertà – gli giocasse a sfavore.

Era in attesa di veder completato l’iter avviato in Cassazione, dove il suo ricorso sul mancato accoglimento dell’istanza presentata contro il regime di alta sorveglianza cui era sottoposto, era stato considerato con favore.

Aspettava di poter tornare laddove il suo percorso di recupero si era interrotto, al tempo in cui la semilibertà era uno status acquisito (2006-2012), prima che il coinvolgimento – rivelatosi poi del tutto infondato – nell’inchiesta “Tela del Ragno”, lo facesse ripiombare tra mura di massima sicurezza.

Nonostante il processo si sia concluso nel 2017 – con diverse condanne – e malgrado l’assoluzione piena dalle accuse nei suoi confronti, a Mario Serpa non è stato più restituito il regime detentivo che, grazie alla sua condotta, era riuscito a raggiungere. È rimasto a Parma, invischiato nel tiramolla su cui, il prossimo 14 Luglio, si sarebbe – con molta probabilità – scritta la parola “fine”.

Un pronunciamento che la morte gli ha negato di sentire.

Recluso da quasi 40 anni, Mario Serpa è stato un killer efferato, divenuto tale – così come si legge in una relazione di sintesi redatta proprio dal carcere parmense, per via dell’uccisione del padre nel 1979 «punto di non ritorno e di inizio della caccia agli assassini del padre, poi sistematicamente uccisi».

All’epoca 26enne, nel giro di 4 anni Mario Serpa è diventato punto di riferimento e di misura per la criminalità organizzata, sempre più strutturata secondo i crismi della ‘ndrangheta che, nella sua figura, aderivano all’immagine del boss. Furono anni sanguinolenti, di faide e omicidi, con tante vittime innocenti lasciate lungo un percorso che vide Paola sprofondare nel baratro del coprifuoco serale.

Eppure, considerando il percorso compiuto dall’atto della sua condanna all’ergastolo (1983), pare proprio che il titolo di “boss” non si addicesse più a Mario Serpa, riconosciuto dall’equipe del carcere e dai giudici stessi come persona totalmente cambiata. «Comportamento assolutamente corretto – si legge nelle relazioni – assenza di sanzioni, manifesta cortesia, disponibilità e interesse, relazioni rispettose, frequenza del laboratorio del riuso e svolgimento di attività a turnazione nella distribuzione dei pasti. I rapporti sono assidui con i tre figli, due dei quali affetti da handicap, la moglie del detenuto è morta di cancro nel 2001».

Oggi, da ogni dove, giungono notizie della morte di un “boss”, senza cenni al fatto che una persona è morta senza vedersi riconoscere diritti che sono propri dell’umanità, anche di quella che lungo il percorso ha commesso errori irreparabili.

Secondo quanto appurato dai familiari, fino a 48 ore prima della comunicazione di decesso – giunta dagli uffici preposti con una fredda e fulminea telefonata dai toni burocratici – Mario Serpa non ha lamentato alcun disturbo o malessere, né tantomeno avrebbe dato segni di instabilità.

Per questa ragione è stato dato mandato ai legali di chiedere la disposizione dell’autopsia, per comprendere le ragioni alla base di un evento fatale che ha privato tutti di un pezzetto di giustizia.

Per maggiore completezza, di seguito le parole della Cassazione in merito al “trattamento” riservato a Mario Serpa dopo l’assoluzione da “Tela del Ragno”. A parere dei giudici della Corte Suprema, il tribunale di sorveglianza di Bologna «non ha offerto logica e puntuale giustificazione delle ragioni per le quali il condannato, una volta mandato assolto dall’accusa penale che aveva comportato l’interruzione della pregressa esperienza in regime alternativo alla carcerazione senza fossero emersi elementi negativi di valutazione durante quel periodo e dopo il ripristino della detenzione, non possa esservi nuovamente e proficuamente ammesso», sottolineando che il richiamo al principio di applicazione graduale dei benefici penitenziari, seppur corretto in linea di principio, «non risulta motivatamente applicato al caso di specie, se si considera che il percorso graduale di sperimentazione all’esterno del carcere nei confronti di Mario Serpa è già avvenuto per un periodo di svariati anni con esiti, ritenuti soddisfacenti a giudizio degli operatori penitenziari e dello stesso Tribunale».

About Francesco Frangella

Giornalista. Mi occupo di Cronaca e Politica. Sono tra i fondatori del Marsili Notizie ed ho collaborato come freelance per varie testate.

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