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Paola – Pecunia non olet: ogni Vespasiano aggiusta il suo bilancio

Oggi è la Giornata Mondiale dei servizi igienici (chi non ci credesse può cliccare qui), data che celebra la conquista sociale del pudore nella liberazione viscerale, intesa come valore di civiltà raggiunto da un certo punto in poi della storia umana.

Il primo che intuì il prodigioso potere della tazza da bagno, fu l’imperatore Vespasiano, che sui bisogni corporali impose una tassa, «la centesima venalium – si legge su wikipedia – sull’urina raccolta nelle latrine gestite dai privati, popolarmente denominati da allora “vespasiani”. Dall’urina veniva ricavata l’ammoniaca necessaria alla concia delle pelli e da questa tassazione provenivano cospicue entrate per l’erario».

Una delle versioni della leggenda narra che Tito, uno dei figli dell’imperatore, disgustato per l’imposizione del tributo, rivolse al padre parole di disprezzo, criticandone l’avidità. Vespasiano, fatto sfogare il discendente, al termine della reprimenda gli gettò un sacco pieno di monete ai piedi, chiedendogli di annusarle. All’esito dell’operazione, il giovane – in segno di sfida – gettò qualche spicciolo nei bagni, al ché l’imperatore, raccoltili da terra, pronunciò la fatidica frase «pecunia non olet», locuzione latina che in italiano corrente significa, più o meno, «il denaro non ha odore».

Senza un tratto distintivo, i soldi sono tutti privi di storia, viaggiano di tasca in tasca senza assorbire alcunché da coloro che li scambiano. Non grondano sangue, non raccontano particolari sulla vita di chi li ha adoperati, non puzzano e non hanno sapore, tuttavia valgono ognuna delle cifre che rappresentano.

Questo lo sanno bene i vespasiani nostrani, che dall’alto del monticello su cui si erge fiero il municipio, hanno imposto nuovi balzelli su imposte esistenti, e creato, di sana pianta, la nuovissima tassa di soggiorno, che come il tributo risalente all’impero romano, dovrebbe consentire un maggior margine di manovra con lo strumento contabile del bilancio.

Forse infastiditi dalla neutralità aromatica del denaro, gli attuali gestori della cosa pubblica nostrana pare abbiano deciso di bruciarne una parte, magari per vedere l’ombra di un fumo o sentire il tanfo della combustione.

14mila euro in particolare, sono stati arsi immotivatamente tra le frange della delibera 165 dello scorso 11 novembre, che orientata come atto d’indirizzo, si propone di mettere ordine sul “Porto turistico di Paola – Marina di San Francesco di Paola”, con un trattino tra il dire e il fare, probabilmente a rappresentare il mare.

Tra le onde che separano il Porto dalla Marina, galleggia l’atto dirigenziale 117 risalente al 9 marzo del 2021, con cui l’allora responsabile (oggi silurato e molto depontenziato nelle mansioni) dell’Utc, ha autorizzato la spesa di 14mila euro per una revisione del conto economico di un progetto di proprietà di una società partecipata, quindi nell’interesse di quest’ultima, pur essendo il comune socio di minoranza. Progetto da realizzare su una concessione demaniale che lo stesso comune aveva revocato nel 2016 per inadempimento della stessa società. Le quote di partecipazione, già dal 2016 – e da allora ogni anno – sono inserite nella delibera di consiglio per la revisione delle partecipazioni con l’indicazione di cederle, anche perché rientranti nella categoria di quelle da dismettere obbligatoriamente. Il finanziamento pare che sia stato ottenuto per realizzare l’opera ma attualmente – e non si capisce come – potrebbe al limite essere utilizzato quale apporto in qualità di compartecipante, anche se c’è lo scoglio rappresentato dal fatto che gli altri soci non hanno i soldi. Ecco allora che – e  non si capisce come – si dovrebbe fare un bando per trovare un nuovo socio che rilevi le quote del vecchio. Nel frattempo – ed è l’ennesimo enigma – non si sa come e con quali soldi viene dato incarico agli uffici di capire come stanno le cose.

Nonostante questo rogo iniziale, la puzza ancora non è saltata fuori, segno della neutralità olfattiva che caratterizza il cordone pecuniale tra vecchia e nuova era, indice di un’insensibilità che non lascia tracce neanche nella memoria (tant’è che proprio stamane, di punto in bianco, si viene a sapere che l’attuale maggioranza di governo cittadino sarebbe stata capace, dopo decenni, di approvare in aula due bilanci, dimenticando che, per fare le cose come si deve, ne avrebbero dovuti approvare tre, perché allo stato manca ancora il “riequilibrio”).

In attesa di capire se il denaro prima o poi inizierà a puzzare, per il momento è dato annusare il fumo senza arrosto si alza dal porto.

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