i nostri figli

Proteggiamo davvero i nostri figli?

Stando ad una ricerca condotta dall’ESA (Entertainment Softawe Association) l’età media dei cosiddetti gamer è intorno a 37 anni. Ovviamente tutte le ricerche sociologiche, soprattutto quando riportano dati statistici vanno prese con le dovute precauzioni.
Premettendo che all’avvio di una qualsiasi consolle si apre una schermata che avvisa del fatto che giocare può causare a persone particolarmente sensibili crisi epilettiche e sappiamo bene tutti che queste crisi si possono verificare anche in persone che non ne soffrono.
Resta il fatto che secondo la ricerca citata in apertura la percentuale di minorenni che giocano a videogiochi è del 18%.
Per il momento voglio concentrarmi su questo target premettendo che non alcuna intenzione di indicare alla gente come educare i propri figli.
Qualche giorno fa mi trovavo in un negozio di una nota catena specializzata nel mondo videoludico e non ho potuto fare a meno di notare che una mamma comprava al proprio figlio, che ad occhio e croce poteva avere intorno agli 11 anni, l’ultima edizione di un gioco famoso per la violenza e perché si impersona un personaggio che si deve far strada nel mondo della malavita tra prostituzione, spaccio di droga e omicidi.
La signora, con totale indifferenza, probabilmente non aveva notato che sulla confezione era riportato un simboletto che indicava che il gioco era indirizzato ad un pubblico maggiorenne. Quel simboletto altro non che la classificazione del gioco secondo gli standard PEGI. In pratica questo organismo nasce con l’intento di dare indicazioni chiare sull’adeguatezza del gioco in base all’età, oltre che su alti criteri, dell’utente finale.
In pratica ogni gioco viene contrassegnato con delle etichette che indicano, oltre che la fascia d’età a cui si consiglia la fruizione, la presenza o meno di scene violente, di sesso, linguaggio “colorito” e via discorrendo. In pratica permette ad un genitore a cui sta a cuore l’educazione del proprio figlio se il gioco che sta per acquistare è adatto o no.
La signora sicuramente non conoscendo questa classificazione si è basata solo sul fatto che il figlio le aveva detto che era un gioco bello e che probabilmente lo avevano tutti i suoi amici. Forse se stessimo un po’ più attenti a quello che acquistiamo per i nostri figli si eviterebbe che di tanto in tanto che ragazzini, per emulare i propri “eroi” videoludici, cinematografici o televisivi, sàltino a favore delle cronache.
Purtroppo la questione non è solo educativa ma anche sanitaria, infatti spesso facciamo acquisti credendo di far contenti i nostri figli non sapendo di rischiare di far danni alla loro stessa salute. Un esempio palese sono le consolle portatili e i tablet. Non tutti sanno che fino a dieci anni gli occhi sono ancora in fase di sviluppo e che di conseguenza far giocare i bambini con consolle portatili (soprattutto consolle che permettono di visualizzare sullo schermo giochi in 3D) può essere molto dannoso per i loro stessi occhi. Il mercato è in costante crescita nonostante lo spauracchio della crisi, le vendite di consolle di nuova generazione ne sono la conferma e nel nostro paese, in barba a stitiche varie, sembra che questo mercato sia indirizzato solo ai bambini.
Ovviamente tutte le medaglie hanno due facce, infatti nonostante le informazioni nefaste elencate fin’ora bisogna aggiungere che altre ricerche, svolte dalla stessa società, hanno dimostrato che i videogiochi aiutano più di altre attività lo sviluppo delle capacità psicofisiche legate all’intuito, al ragionamento e ai riflessi. In pratica pare che aiutino a sviluppare oltre che i riflessi anche il quoziente di intelligenza.
Insomma come ormai tutto ciò che ci circonda basta la giusta dose di attenzione perché un’attività ricreativa possa diventare anche educativa, pensateci la prossima volta che acquistate per i vostri figli il nuovo Assassin’s Creed, GTA, FIFA, Call of Duty e via discorrendo.

a cura del Dr. Hicks

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