Mentre la paura serpeggiava, colorata di quelle tonalità che solo certe banconote riescono a rappresentare (arancione, verde, giallo, viola, viola e ancora viola), presso l’olimpo allestito sulla sommità del San Settembrino fervevano incontri, conferenze, consulti e summit.

Il sindaco Baracca del Rampante Cavallino aveva la fronte imperlata di sudore, patinato al pari di certe riviste porno degli anni ’90 guardava gli astanti. Cercava, suo malgrado, di mantenere un contegno nonostante tutto. Nonostante la sfilza debitoria da lui contratta fosse lunga quanto un rotolone Regina, il primo cittadino ostentava sicumera.

«Sentite – disse ai consiglieri più irrequieti – io sono il sindaco e, in quanto tale, posso assumere certe responsabilità. Voi mi dite che siamo intorno ai due milioni e mezzo, io vi dico che ne vedo solo settecentomila. E tanti ne discuteremo in consiglio comunale».

«Ma così – riecheggiò nella sala la voce del consigliere Primo Tuono – ci esporremo a salatissimi contenziosi con tutti coloro che resteranno fuori da questa bacinella. Signor sindaco, lei è proprio sicuro che sia una mossa azzeccata?».

«Come ho già dimostrato all’atto del mio insediamento – rispose tremolante ma raffermo il giovane Baracca – gli avvocati non ci mancano. C’è l’espertissimo Duilio Inappuntabiletti che da anni è al nostro servizio. Da quando gli ho fatto assumere onerosissimi incarichi, la sua maestria lessicale è a nostra disposizione. Come ha già dimostrato in altre occasioni, è talmente abile da riuscire a vendere sabbia nel deserto. Sentite a me, non ci vorrà nulla per dimostrare che quei debiti sono in realtà malevoli critiche mosseci da chi ci ha preceduto».

«Adesso basta! La devi smettere! Ma chi ti credi di essere?». Tuonò, manco a dirlo, il consigliere Secondo Tuono (fratello di Primo). «Sono anni che giochi con le parole mentre ai fatti dobbiamo pensarci noialtri. La faccia, per te e per quella banda di viziati opportunisti che ti circondano, noi non ce la mettiamo più!».

«Sarebbe opportuno discutere seriamente – fece eco, dimessamente, il misto gruppo Aristarco Molecola – qua ci sono le classi meno abbienti che tutto il giorno si lamentano. Caro Baracca, se vuoi farti grande alle nostre spalle, sappi che non siamo più disposti a reggerti il gioco. Perché potrebbe essere pur vero che quello sfaticato di Inappuntabiletti riuscirà a guadagnare tempo con i creditori, ma la manovra che proponi è simile a quella di chi vuole andare a prendere acqua al fiume con lo scolapasta. Come ha detto il consigliere Paloma prima di me: “il fatto è fatto”; sarebbe ora di riconoscere i nostri sbagli e dare una sterzata all’amministrazione di questo paese».

«Io non sterzo affatto – rispose Baracca sottovoce – è che non riconosco questo debito come mio. Magari sarà vero che sto foraggiando soltanto uno stuolo di avvocaticchi, ma quella è gente che se non gli garantisco tali prebende, con cosa camperebbe? A modo loro sono anch’essi dei rappresentanti di una classe meno abbiente. Quel debito non è figlio mio. Forse è vostro. Non lo riconoscerò mai».

«Pure io non sterzo più – intervenne solenne Fieramosca Scanu – perché la mia macchina è ormai allo sfascio».

«Tu faresti bene a star zitto – interruppe Erminia Questodarò – Sentiamo un po’: di chi sarebbe figlio quel debito? Chi è stato a macinare voti su voti grazie ad incarichi assegnati senza che ci fossero soldi in cassa? Sono stata forse io a volere l’arena multimediale a largo “Tante cannelle quanti i bracci di un Candelabro Ebraico”? Era per caso amico mio l’arkiller che ha sbriciolato il pavimento del vialone? No di certo. O riconosci quel debito come figlio tuo in tutta la sua interezza, oppure il prossimo consiglio comunale potrà essere l’ultimo al quale assisterai da sindaco».

Era il tempo degli avvertimenti, dei garantiti avvisi, e la città con il nome di donna stava preparandosi ad una mesata le cui impressioni, quasi certamente, sarebbero poi state musicate in una melodia tintinnante.

Da altri posti, in alti capoluoghi, una forza sembrava organizzarsi per intervenire.

 

 

Quello che avete appena letto è il sesto capitolo del romanzo a puntate “Città con il nome di Donna”. Fatti, cose o persone, sono puramente immaginari. Ogni riferimento è puramente casuale.

Per riprendere il filo dai primi capitoli:

  1. Cap. I: Via della Capitale eruttava merda (clicca e leggi)
  2. Cap. II: ORRORE E SACRILEGIO. Catena recluse parcheggio in centro (clicca e leggi)
  3. Cap. III: Parcheggio in centro: PERICOLO MORTALE! (clicca e leggi)
  4. Cap. IV: Una lacrima in una stretta di mano (clicca e leggi)
  5. Cap. V: La fiducia manda Paradiso (clicca e leggi)
Città con il Nome di Donna – «Non riconoscerò mai quel figlio» ultima modifica: 2015-08-21T13:17:08+02:00 da Giampiero Delpresepe
Giampiero Delpresepe

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Autore "collettivo", nominato caporedattore della Testata on-line Marsili Notizie, mi occupo dello scibile in generale, con particolare attenzione alla Politica.