di Lucio Sessa

Chiariamo subito una cosa: realizzare  un disco che affonda le proprie radici in stili già sperimentati da altri, non significa necessariamente copiare, ma piuttosto esserne ispirati. La novità, semmai, riguarda l’artista (o la band) che nei decenni di produzione precedente, ha la capacità di proporre la propria arte in modalità diversa rispetto alle proprie abitudini, che spesso diventano cliché.

“Out of all this blue” è esattamente questo : un disco all’insegna della contaminazione e nuovo per chi lo propone , un lavoro che non si pone il problema di una ricerca musicale sperimentale che faccia gridare al miracolo… ma un lavoro che rispecchia la sensazione del voler aprire una stanza chiusa da troppo tempo, piena di mobili e quadri antichi, tutti molto belli e di valore… ma nella quale si respira aria di chiuso insieme a polvere.  Mike Scott spalanca le finestre per respirare aria nuova, salutare, frizzante: qualcosa che rinnova l’entusiasmo del vivere. Non è un caso che il primo brano “tipicamente Waterboys”, arrivi alla nona traccia:  l’intensa “morning came too soon” risplende di luce propria riportandoci a lavori precedenti, pulsanti ed intensi come il cuore e l’anima urlante dei Waterboys, un brano nel quale la ritmica è decisa e infine si fonde ,e lascia spazio , ai 4 minuti finali …chiosati da un lungo assolo di chitarra che si innalza e parla per tutta la durata restante del brano. E prima?! Prima di allora c’è un continuo affondare a piene mani nella nuova e vecchia tradizione più o meno recente di un’anima black, che spazia dal funky al r’n’b , dal soul nero al pop britannico…senza cadute di tensione.

L’aria frizzante ,nuova rispetto al crescente misticismo che ha influenzato (spesso felicemente) la musica dei Waterboys , ispirandone il coraggio del saper guardare il mondo con altri occhi, la si respira dal primo brano “Do we choose who we love”, cioè dobbiamo scegliere chi amiamo : ballata pop-soul solare e punzecchiata da chitarre funky e da una ritmica scanzonata, che produce una leggera melodia introduttiva di un lavoro che prosegue con il coinvolgente easy funky bianco di “if i was your boyfriend” proposto nel tempo da un Paul Weller d’annata,tanto nel progetto Style Council quanto nella primissima produzione da solista ad inizio anni 90.  Due brani d’apertura molto godibili e leggeri , che aprono le porte ad un nuovo approccio personale -nel quotidiano – di un Mike Scott che si rivolge agli altri rispecchiando la nuova linfa vitale scaturita dalla propria vita sentimentale e confluita nella propria arte. Santa Fe, terza traccia, riporta alla solarità lirica che accomuna molto della musica rock/pop irlandese coniugata al soul proveniente dal continente americano. Puntuale , arriva il blues/funky/rock di “if the answer is yeah”,incalzante ritmo riproposto anche nella traccia numero 7 “connemara fox” : due brani il cui incedere ricorda molto da vicino la brillante composizione e fusione che decretò il successo degli Inxs , o del Peter Gabriel intento a suggerire con potenti sezioni di fiati brani come “big time” e,se vogliamo citare una perla per pochi intimi,un disco assolutamente clamoroso e passato inosservato : “Waking up” di Topper Headon (batterista dei Clash),che ad oggi a mio parere resta uno dei migliori dischi soul mai composti da un artista bianco…una produzione cioè fortunata, di apparente leggerezza ma densa di qualità. Tra questi 2 brani presi in considerazione, si piazzano le tracce numero 5 e 6, cioè  “Love Walks In” ,che restituisce l’epica  di un dolce mantra d’amore ripetuto all’infinito “i’m so in love with you”,dipanato in una brillantissima canzone soul, punteggiata da tradizione musicale celtica,  che sfocia nella solennità finale di un gospel carico di emozione, e il funky pop di “new york i love you”, episodi che lasciano scorrere ulteriormente il disco, fino alla pausa intimista e solenne di “the girl in the window chair”, un abbandono a dolorose canzoni come recitato nel brano (“dolorous songs”), un malinconico profondo abbandono che arriva, come detto all’inizio di questo scritto, prima della prima vera canzone tipicamente Waterboys, la splendida “morning came too soon”, che a questo punto si incastona perfettamente nella scaletta dell’album. La decima evitabile  traccia è soltanto riempitiva in stile old hip hop, cioè “Hiphopstrumental 4, e precede il r’n’b di “The Hammerhead Bar”, un omaggio ad una scuola tradizionale sempre presente nella musica black, mentre “Mister charisma”, “Nashville Tennessee”,”Monument”, “Man, What A Woman”, conservano il fascino di ballate sospese a metà tra la tradizione di un blues nero riproposto da interpreti bianchi nell’aspetto somatico , pescando nella matrice folk/rock celtica, scozzese, irlandese… quindi EPICA e tipica di parte della produzione WATERBOYS, combinata con atmosfere blues alle quali ci si ispira: questi brani ripropongono una sorta di marchio di fabbrica dei Waterboys, che riescono a coniugare la lirica celtica, la passionalità di quella zona di mondo ,la gradevole sensazione di un pop impegnato e profondo. Nel mezzo, l’episodio di “girl in a kayak”, leggera ritmica puntellata da violini celtici, tesi ad alleggerire una serie di pezzi più pesanti. La non memorabile, in verità, “Rokudenashiko”, precede l’ennesimo uno-due consecutivo:  il  trascinante pop-disco-soul di “Didn’t We Walk On Water” , riporta una robusta leggera gradevolezza al disco, ed anche qui si respira l’aria dei lavori di Paul Weller e Style Council d’annata ,cui fa seguito l’ipnotico , intenso ed inaspettato trip-hop di “the elegant companion”,brano al quale avrei abbinato fortemente l’impegno e la performance di un certo Joe Strummer : negli ultimi lavori della sua vita,insieme ai Mescaleros, brother Joe diede vita a pezzi del genere più volte… e questa canzone risulta decisiva per un disco che a questo punto assume una profonda e perentoria completezza d’espressione. Si riparte con il ritmo leggero e frizzante di “yamaben”,altro ennesimo colpo piazzato per restituire leggerezza ad un lavoro che prosegue con l’inaspettata cover  in chiave pop di ”learning to fly” dei pink floyd. Possiamo dire che il disco “reale” si chiude con “the memphis fox”,24esima traccia strumentale lanciata in velocità r’n’r/r’n’b con tanto di chitarre ed organo hammond in rilievo,per chiudere con adeguata verve un lavoro lungo ed elaborato. Le tracce successive fino alla trentaduesima, costituiscono un “regalo” in chiave remix dei brani presenti nel disco “ufficiale”.

Le considerazioni finali penso sia giusto lasciarle a chi ha intenzione di godere di una leggera composizione artistica rispetto al passato , ma nella quale risalta l’esigenza di conferire nuovo impulso vitale in una nuova energia e dimensione artistica, laddove l’apparente disimpegno meno legato all’epica ed a canzoni più godibili ed orecchiabili, (che catturano al primo ascolto), non inficia l’intensità di una mai sopita voglia di vivere con leggerezza ma anche con passione. Non ha senso fare paragoni con la produzione dei Waterboys dagli inizi fino ai giorni nostri, perché questo è un disco totalmente diverso.

Gli intenditori  ,i vecchi fans, i critici musicali (che in vita loro però non hanno mai scritto e composto una canzone), forse troveranno da ridire andando a cercare invecchiate e preziosissime bottiglie di champagne nascoste nelle segrete di pregiate cantine… ma a volte ,quando si ha sete, l’acqua è l’unica cosa che serve. Se è fresca e contaminata da sali minerali naturali, come questo disco, in molti casi –forse- è addirittura meglio.

“Out of all this blue”: di tutto questo, dove il colore è tonalità di sentimento ultima modifica: 2018-11-19T19:49:15+01:00 da Lucio Sessa