dante gullo

Fuscaldo e la Calabria piangono Dante Gullo, peronista morto in Argentina

di Anna Maria De Luca

Ringrazio Marsili Notizie, ed in particolare il dottor De Matteis, per avermi dato la possibilità di raccontare ai lettori cosa sta accadendo in Argentina con la morte di mio cugino Dante Gullo, figlio di Angela Maria Aieta emigrata da Fuscaldo e diventata martire della libertà in Argentina.

Cercherò di essere più obiettiva possibile, nonostante l’emozione ancora mi travolga. E sono felice di farlo dalle colonne di questo giornale libero e indipendente. La stampa argentina ha scritto che Dante, il Canca come lo chiamavo tutti (nome di battaglia), “è stato per tutta la vita l’icona degli anni 70 ma ora è diventato un mito”.   Al suo funerale di Stato, sabato, nella sala bianca della Camera dei Deputati di Buenos Aires, c’erano ovviamente tutti i politici ed i sindacalisti degli ultimi 50 anni (clicca). E, soprattutto, il popolo, in fila per ore nel tentativo di entrare a rendergli omaggio.

Di Dante si possono dire molte cose: peronista, capo della Juventud Peronista negli anni 70′, ministro, prigioniero politico, deputato, legislatore, ecc. A me di lui resta nel cuore la sua ultima telefonata, alle due di notte (a volte si sbagliava con il fuso orario) poche settimane prima di Pasqua, per dirmi, con il suo solito entusiasmo: “Dale adelante con todo. Cariñoa” (Vai avanti con tutto).

Aveva letto la mia mail dove gli riassumevo le attività che ho in programma per portare avanti la memoria di sua madre qui in Calabria e, con la sua solita classe, mi ha risposto telefonandomi. Le sue telefonate si aprivano sempre con “Che ora è?” e si chiudevano con “Chiamami a tutte le ore, non ti preoccupare”.  Stavamo progettando molte cose insieme, per Angela e suo fratello Jorge, uccisi dalla dittatura. Ora dovrò portare avanti la memoria da sola, in Italia, anche per lui. Dante ve lo posso raccontare attraverso il suo funerale. C’erano tutti: le Madri di Plaza de Mayo, i compagni di 50 anni di militanza, politici di ogni sorta, da Julio Bárbaro a Andrés Larroque, presidenti.   Ancora una volta è riuscito a richiamare tutti, il “guerriero della patria”, come sono soliti chiamarlo in Argentina. La stampa argentina ha scritto che solo una volta è accaduto che in un funerale il popolo intonasse la marcia peronista ed era il funerale del presidente della Repubblica Nestor Kirchner.  Attorno alla bara di Dante, nella Camera dei Deputati, e poi a casa sua e al cimitero, migliaia di persone, insieme ai rappresentanti delle istituzioni, hanno cantato a gran voce e con tanta emozione (clicca)  da “siamo la gloriosa  Juventud Peronista” fino ai canti che negli anni Settanta chiedevano la liberazione di Dante, il  Canca, quando fu preso come prigioniero politico. Compagni di lotta che non si vedevano da anni si sono ritrovati davanti alla sua bara a cantare insieme (clicca), mescolando la marcia peronista con “el fusil en la mano y Evita en el corazón“ (il fucile in mano e Evita nel cuore) e con “ resistimos en los 90 , volvimos en el 2003” come un riflesso della storia intergenerazionale che rappresenta Dante: dalla lotta alla resistenza al riformismo.  Cantare ha unito tutti, parlare era impossibile per molti, sovrastati dalle emozioni di quel che Dante ha rappresentato nelle loro vote. “Con Dante non muore un uomo, muore una generazione di cacciatori di utopie”, ha scritto Ernesto Jaretche  : Stiamo cadendo uno ad uno, opera del tempo che scrive la storia. Anche noi degli anni 70 saremo presto storia. Oggi è morto Canca, un pezzo del nostro cuore, uno di noi cacciatori di utopie che la storia registra come “generazione del 70”, quella che la storia riconoscerà come un capitolo della grande lotta degli argentini per conquistare l’emancipazione nazionale e la giustizia sociale. . Per la stampa Juan Carlos Dante Gullo o’ l’Icona degli anni 70″; per noi EL CANCA, è il compagno che visse eroicamente. Che cosa significa l’eroismo? Vivere al servizio della causa del popolo. Ecco perché El Canca, al di là del sacrificio di sua madre e suo fratello, della sua forte militanza, sarà immortale. La nostra storia è quella del popolo, il nostro,  30milioni di persone, il peronismo rivoluzionario, quello di Peron ed Evita, di Campora, di Nestor e Cristina, che fanno la sua consacrazione, nel corso dei secoli. In questo presente minaccioso siamo in grado di riprendere le armi della ragione e dell’azione per difendere la Patria, come ha fatto Dante fino ad oggi. Viva La Patria, Viva Peron!”.

Accanto alla bara, la corona di fiori mandata da Cristina, ex presidente dell’Argentina, e da suo figlio Maximo, messa accanto alla bara. La corona di Campora e tante altre. Carlos, uno dei figli di Dante, ha iniziato a porre sulla bara, con una solennità istituzione da brivido, i doni più importanti portati dai compagni peronisti. Il primo: la bandiera argentina, perché Dante era un soldato della Patria. Secondo: il bracciale utilizzato dai JP (Gioventù peronista) dal  25 maggio 1973 quando arrivò  Hector Campora alla Casa Rosada. Il terzo dono: una foto di Peron con Dante perché era stato Dante a realizzare il ritorno di Peron in Argentina.  Il quarto dono: il fazzoletto bianco simbolo della lotta per i diritti umani e delle richieste di giustizia per la morte della madre Angela Maria Aieta, sequestrata, torturata e gettata da un aereo nell’oceano e per la morte del fratello minore Jorge, ucciso sotto le torture. Sono state Lita Boitano e Taty Almeida a portare il fazzoletto al funerale, due donne simbolo,  tra le fondatrici delle Madri di Plaza di Mayo che ancora oggi camminano per la veritàsui figli uccisi e sui nipoti rapiti. E la memoria va allo storico processo che abbiamo fatto a Roma qualche anno fa, con Dante e suo fratello Leopoldo nell’aula bunker di Rebibbia. Storico perché ha cambiato la storia: con il processo Esma – finito con cinque ergastoli ai gerarchi argentini colpevoli del sequestro, delle torture e dell’omicidio di Angela Maria Aieta – abbiamo innescato, dall’Italia, un meccanismo che ha permesso la riapertura dei processi in Argentina, dopo anni di amnistie concesse dai vari governi. Un processo difficile dove è accaduto di tutto, a cominciare dall’attentato all’ambasciata italiana a Buenos Aires, a dimostrazione che gli interessi che si andavano a toccare non erano passati ma presenti e che la Triplice A non aveva mai smesso di vigilare. Un processo che ho seguito di persona, ovviamente, e che ho raccontato, udienza dopo udienza, su Repubblica (clicca). Poche parole, pronunciate dal figlio Carlos: “Néstor Kirchner aveva un’ossessione che era ricostruire il movimento giovanile in Argentina ma quello che lo realizzò fu Juan Carlos Dante Gullo. Questo è un momento di dolore ma deve essere breve. Quel che dobbiamo fare è, come vorrebbe Dante, uscire da qua e tenere sempre alto nel cuore la dignità del popolo argentino”. E cosi, la bara di Dante, portata dai figli, è uscita diretta al pantheon di quelli che hanno fatto la storia, insieme a   Perón, Evita e Néstor, applaudito da una moltitudine di gente che cantava, con il figlio maggiore che alzava il braccialetto della Gioventù Peronista. Di Dante posso dire che se non lo avessi conosciuto non avrei mai saputo cosa è la militanza politica pura, cosa significa vivere e morire per un’idea e continuare a combattere fino al’ultimo giorno senza lasciarsi fermare neanche dai lutti delle persone più care.   Ha scritto sul Clarin il deputato Daniel Filmus: “Dante fue de aquellos que Bertol Brecht  define como imprescindibles. Los que militan toda la vida. Lo vamos a extrañar” ( Dante fu tra quelli che Bertol Brecht definì “gli imprescindibili”: Ci sono uomini che lottano un giorno e sono bravi, altri che lottano un anno e sono più bravi, ci sono quelli che lottano più anni e sono ancora più bravi, però ci sono quelli che lottano tutta la vita: essi sono gli imprescindibili”). Il suo nome ha attraversato, da protagonista, gli ultimi 50 anni della storia politica dell’Argentina. In questi giorni sta girando ancora uno slogan che è un gioco di parole riferito a Dante, “El orGullo de ser peronista”, l’orgoglio di essere peronista.  Mi  chiedo perché in Italia non possiamo avere personaggi di tale caratura. Penso a lui e ai suoi otto anni e otto mesi come prigioniero politico senza mai un processo quando incontro gente che mi dice “io alla politica non devo chiedere più niente, ormai i miei figli sono sistemati”.  Penso a lui quando vedo in tv politici che non hanno mai lottato per la libertà e che si prendono il lusso di usare linguaggi violenti che dividono: il contrario di Dante, che dopo aver lottato da soldato, strenuamente contro la dittatura, è poi entrato nel meccanismo della democrazia mostrando il suo carattere “costruttore di ponti” ed insegnando a tutti il rispetto delle istituzioni e della democrazia. Penso a lui quando vedo politici entrare in Parlamento in maglietta, a lui che ha saputo imbracciare il fucile e ribaltare una dittatura ma che poi mai entrò nel Congresso, sia come ministro sia nell’opposizione, senza rispettare, anche con l’abbigliamento, il luogo sacro per cui aveva tanto combattuto. Quel luogo che, sabato, gli ha restituito quel rispetto che sempre lui gli ha conferito, con solennità istituzionale. Lui stesso era una istituzione, concetto oggi sconosciuto in Italia. Io porto nel cuore tutto quello che è accaduto in Argentina: ad Angela Maria abbiamo dedicato la scuola di Fuscaldo, dove dieci anni dopo (ironia della sorte) è ricaduta la mia titolarità in quanto dirigente scolastica. C’era anche Dante con noi, quel giorno, a Fuscaldo, con il fratello Leopoldo. Ricordo la loro emozione nello scoprire queĺla targa. E la gioia con cui comprò non una ma due torte, da portare a casa mia per pranzo. Qualche anno dopo piantai un ulivo per Angela, nel giardino della scuola. Mi guardavo attorno pienamente consapevole che le persone presenti non potessero mai capire fino in fondo cosa significa quella pianta. È vicino al cancello, entrando a sinistra. È il simbolo vivente dei diritti umani, della storia di Dante, Angela Jorge e di tutti coloro che ancora combattono, con i fatti, per i diritti umani.

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