Se per il raggiungimento di un obiettivo (o il soddisfacimento di un bisogno) l’impegno fosse proporzionale alla fiducia e questa fosse direttamente collegata al gradimento, allora l’umanità potrebbe tranquillamente smetterla di dotarsi di una moneta di scambio. Non ci sarebbe più bisogno dei soldi e la società riuscirebbe a sostenersi con la sola forza delle buone azioni, dei buoni sentimenti e del feeling energetico esistente tra i componenti della sua specie.

Purtroppo, però, la realtà non esaudisce questo desiderio e gli esseri umani, creature intelligenti “per eccellenza” (stante l’auto conferimento di questa qualità), continuano a dotarsi di strumenti utili a rappresentare il valore del gradimento – attribuito agli effetti di un lavoro prestato da altri esseri umani – che hanno forma e sostanza nella parola “compenso”.

Il valore di un terreno esige un compenso, quello di un’automobile ne pretende un altro e anche l’opera prestata da una ditta edile che costruisce una casa, si valuta a partire da una serie di parametri che richiedono un compenso.

Compensare il valore conferito a ciò con cui si confronta, è un attributo della natura umana. Motivo che merita la massima attenzione ed il massimo rispetto.

Per questioni di carattere sociale, gli uomini si sono poi dotati di sovrastrutture e istituzioni deputate a stabilire il “valore minimo” di ogni attribuzione. Per cui esistono concetti come: “La legge è uguale per tutti”, “Il salario minimo “, “il Dollaro”, “l’Euro” e così via cantilenando.

Ora, considerando questo come il “tipo di ordinamento” che soggiace alla vita comune degli umani, è facile intuire che “la crisi” sussiste laddove i vari criteri di attribuzione di un valore inizino a non collimare con un principio generale (che, nel caso dell’evo attuale, è il Capitalismo).

Considerandoci quindi immersi in un contesto capitalistico diventa familiare il concetto di “paga”.

La retribuzione per una prestazione, effettuata o ricevuta, è l’asse portante di ogni trattativa che abbia senso nel “Bilancio”, nel “Prezzo” e nella “Valutazione”. Saldare i propri debiti (nel Padre Nostrorimetti a noi […] come noi li rimettiamo ” – prima preghiera di Francesco da Papa) e pagare i conti, sono modi fondamentali  per coloro che intendono approcciarsi alla natura sociale degli uomini regolati dal monoteistico Capitale.

Tra coloro che sostengono questo stato di cose i più pervicaci sono i liberisti, stanti i quali questa “è la migliore delle realtà possibili”. Che ciò sia condivisibile o meno, poco importa, attualmente i liberisti sono la maggioranza ed il loro sistema di Governo è quello unanimemente adoperato laddove esiste una “Borsa”. Ed in Italia, la Borsa esiste.

I liberisti per eccellenza, nel nostro Paese, sono coloro i quali si rifanno ad un pensiero destrorso che trova il suo culmine nel “Popolo della Libertà” ed in tutte le forze politiche ad esso connesse (l’uso del termine “eccellenza” è dovuto solamente alla distinzione da operare nei confronti del pensiero sinistrorso che ha il suo fulcro nel PD e nei movimenti affini che – per inciso – sono anch’essi inseriti nel contesto liberistico).

Di coloro che di questa filosofia ne hanno fatto bandiera, per non dire “popolo”, è normale pensare che agiscano nell’esclusivo interesse del liberismo in modo da consentirne un sempre maggiore sviluppo. Per cui è ovvio immaginare che la loro primaria occupazione sia improntata al soddisfacimento dei criteri minimi che consentono al liberismo di manifestarsi pienamente.

Ma l’uomo è perfettibile e anche costoro fanno cilecca, favorendo l’entrata in crisi del sistema. Una crisi che, senza scomodare quella mondiale, è manifesta anche a Paola.

Si dà infatti il caso che l’attuale Sindaco (del Partito liberista per eccellenza), la Giunta e tutto il Consiglio Comunale della Città di Paola, siano stati insediati sulla base di un rapporto non previsto dal codice liberale ed economico che ci governa, ovvero: il credito!

Il credito sulla parola non è un principio accettato in una Nazione dotata di Borsa, per accedere ai benefici del credito è necessario dimostrare di avere dei requisiti utili a controbilanciare e garantirne la richiesta. La parola non basta.

Quindi, se un Consiglio Comunale si insedia sul lavoro di spoglio effettuato da segretari, scrutatori e presidenti di seggio che da Maggio 2012 ancora non sono stati pagati, allora va da sé che quello attuale è un Consiglio Comunale insediato a credito o, per dirla nei tanto cari termini dialettali, “a cridenza”, “senza sordi”. Inizialmente, forse, le elezioni amministrative paolane sono convolate su di un senso di credito basato nell’anagrafica dei neocoinquilini del Palazzo di Città  e sulla risolutezza potenziale a loro attribuita. Ma alla luce delle “azioni” incompiute sino ad oggi, questa forma di credito non si è rivelata attendibile. Probabilmente si darà la colpa al dissesto ma, di fatto, se il 23 Marzo la ciambella del Consiglio di Stato non dovesse riuscire “col buco”, allora difficilmente la crisi coscienziale di un’Amministrazione Comunale liberista e popolare, potrebbe risolversi con l’ennesimo proclama che non abbia il sapore dell’assegno scoperto o della cambiale in protesto.

A Paola gli eletti sono “a cridenza”. Cronaca di una classe dirigente “a credito” ultima modifica: 2013-03-17T13:12:06+02:00 da Francesco Frangella
Francesco Frangella

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Giornalista. Mi occupo di Cronaca e Politica. Sono tra i fondatori del Marsili Notizie ed ho collaborato come freelance per varie testate.