Era il momento delle incerte certezze al San Settembrino. Sebbene il sindaco Baracca del Rampante Cavallino, continuasse a non fidarsi di nessuno, la vita amministrativa riusciva comunque a prendere fiato.

Risparmiarlo, il fiato, era difficile. L’esecutivo guidato in sostituzione da Fieramosca Scanu riusciva a malapena a non farlo passare tra le corde vocali, tanta era la voglia di “sprecarlo”.

Fortunatamente gli oppositori tacevano anch’essi, smaniosi di conoscere gli esiti delle visite istituzionali tra gli uffici del municipio. Blitz per la precisione, intromissioni rese necessarie da uno strano andazzo che pareva regnare nel tecnico Ufficio, luogo di decisioni pianificabili in tempi relativamente lunghi. Un modus operandi opaco, figlio delle decisioni ratificate da Eusebio Cialtrone, geniere occultato tra responsabili prestanome.

Le sue prese di posizione costavano quel tanto quanto bastava a Baracca del Rampante Cavallino per definirlo: “amico”. Una razza di persone che, nella Città con il Nome di Donna, sembrava essersi estinta dopo le elezioni interpoderali. “Amici” e conoscenti parevano fortunati nell’ultimo periodo, perché godevano frutti del loro peso elettorale. A chi poco, a chi pochissimo e ad altri tanto, c’era sempre una manna che colava dal San Settembrino. Nonostante la povertà e nonostante il silenzio urlato dagli oppositori, rivoluzionari con una stecca di biliardino nel pugno. Una manna colava e bagnava i fedeli, mentre tutto intorno v’erano strilli e languore, parcheggi sanguinanti su sette disinibiti canali che riversavano a mare tutto lo sdegno di un’amara realtà. Quella del “non amore”.

Senza sentimenti, la Città con il Nome di Donna s’avviava al futuro prossimo. Come una sposa verso un altare sfocato, la povera creatura strabuzzava gli occhi tutt’intorno, nella speranza di vederci meglio. Immagini infernali le scorrevano davanti: branchi di orchi seduti dinnanzi ad un pentolone, sacrifici umani in segno di appartenenza (a proposito, l’ultimo cui era stato espettorato il cuore era stato il consigliere Paloma), edificazioni devote alla causa del male e, dulcis in fundo, “vulcanizzazioni” del passato recente. La povera Città con il Nome di Donna aveva bisogno di un paio d’occhiali. Così forse l’avrebbe smessa di farsi portare per mano da chiunque.

Il sindaco Baracca del Rampante Cavallino non si era rivelato un vero gentiluomo, anzi.

Mostrando atteggiamenti da bruto, il primo accompagnatore della città aveva deviato dalla sua rotta iniziale, virando decisamente verso lidi di violenza e di sotterfugio, apparentemente sfumati dalla sua presenza di “bravo ragazzo”.

«Bravo Ragazzo un cazzo – affermò violentemente colei che veniva “trascinata” – Adesso chiamo i miei fratelli e glielo faccio ricordare io il senso dell’espressione». E così Città con il Nome di Donna appariva oggi: affiancata dai suoi familiari angeli custodi che, a breve, avrebbero potuto anche spaccare la faccia all’indesiderato.

Baracca del Rampante Cavallino avrebbe capito?

(continua…)

Quello che avete appena letto è il settimo capitolo del romanzo a puntate “Città con il nome di Donna”. Fatti, cose o persone, sono puramente immaginari. Ogni riferimento è puramente casuale.

Per riprendere il filo dai primi capitoli:

  1. Cap. I: Via della Capitale eruttava merda (clicca e leggi)
  2. Cap. II: ORRORE E SACRILEGIO. Catena recluse parcheggio in centro (clicca e leggi)
  3. Cap. III: Parcheggio in centro: PERICOLO MORTALE! (clicca e leggi)
  4. Cap. IV: Una lacrima in una stretta di mano (clicca e leggi)
  5. Cap. V: La fiducia manda Paradiso (clicca e leggi)
  6. Cap. VI: «Non riconoscerò mai quel figlio» (clicca e leggi)
Città con il Nome di Donna: La faccia (almeno) si salva? ultima modifica: 2015-10-03T18:27:28+02:00 da Giampiero Delpresepe
Giampiero Delpresepe

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Autore "collettivo", nominato caporedattore della Testata on-line Marsili Notizie, mi occupo dello scibile in generale, con particolare attenzione alla Politica.