Entrata in una fase pregnante, anche per la Città con il nome di Donna era giunto il momento di riposare un tantino. Il suo Stato interessante era tale che, per almeno nove mesi, avrebbe dovuto riguardarsi e stare al riparo dagli imprevisti. D’altronde il tempo del rinnovamento s’avvicinava, le urne scalpitavano ogni giorno di più, e nel ventre urbano ogni movimento sembrava una scalciata.

Il sindaco Baracca del Rampante Cavallino osservava pensieroso ogni progresso, ripassando a memoria il “pregresso” che strombazzava attraverso ogni possibile canale multimediale. Musiche epiche, colonne d’Atlantide appartenute a sterili, improduttivi e incompiuti fondali, frangiflutti spavaldi dinnanzi alla furia del mare, scogli deposti come una colata di vacca; tutti gli elementi che Cupido aveva sparso qua e la tra i neuroni del primo cittadino, riaffioravano collettivamente per l’immaginario cittadino.

Non sapeva, Baracca, che proprio dal mare si doveva guardare.

«Il Mare è traditore», dicevano gli antichi con un sentimento di rancore e riverenza (quasi quello che, nel monoteismo, s’instaura con un Dio iracondo), affermando il loro rispetto per l’azzurro dirimpettaio che di ogni proverbio è sottintesa metafora.

Ma Baracca non sembrava dar credito a quelle credenze, lui guardava l’orizzonte e sognava il futuro, un tempo fatto di denari sonanti, piovuti da un cielo Capitale plasmato con nuvole offerte in dono da un “elemento amico”, quel vento maestrale gentile tra le fronde.

Nell’attesa di un autunno movimentato, il tempo – nella Città con il nome di Donna – trascorreva placidamente, coi rigagnoli dei fiumi che andavano affievolendosi d’acqua, colorandosi di una tinta arsa, molto vicina al marrone della terra, quella distinguibile tonalità che ogni tanto balenava come striscia ripugnante sul cristallino celeste della marina costiera. Col passare dei giorni, lo sguardo romantico del primo cittadino – assorto nel suo, ormai, “consueto” sogno – era divenuto quasi assente, lontano, fisso sul radioso miraggio che nessun drone poteva mai documentare. Eppure, la sua attenzione venne richiamata da uno strano fenomeno che prese corpo dinnanzi ai suoi occhi.

L’orizzonte appariva come una linea retta messa a discrimine tra il conoscibile e l’ignoto, quando ad un tratto – da molto vicino – una voce prese ad urlare sulla battigia.

«Baracca! Baracca!» – si sentì chiamare da un punto al di fuori della sua prospettiva – «Baracca, cazzo! Abbassa lo sguardo, sono qua sotto!». Un solo battito di ciglia e gli occhi del primo cittadino erano già puntati sul “disturbatore”. «Azz… e mò da quando in qua i pescespada parlano? – urlò a gran voce il sindaco – Cazzo sei? Uno scherzo della natura? Un aborto malato della mia immaginazione? Chi cazzo sei? Che vuoi da me?».

«Giovanotto, modera il linguaggio – rispose l’ittico interlocutore – soprattutto in presenza di chi sta per morire. Ho compiuto uno sforzo tremendo per arrivare sino alla spiaggia, dovresti mostrare un po’ di riguardo nei mei confronti. Quello che ho compiuto per essere qui, è forse l’ultimo atto di una vita raminga, cantata eccezionalmente da Domenico Modugno, un’esistenza selvaggia nella giungla delle reti a strascico. Ascoltami bene…».

«Ma veramente fà? – disse l’incredulo Baracca – Cioè, tu mi stai dicendo che è normale che un pesce abbia facoltà di parola?…».

«E perché, i cani possono averla e i pescespada no? Vi ho visti bene – disse la creatura dal naso puntuto – voi con gli animali ci parlate, e mò ti meravigli che uno di noi inizi a ricambiare il favore! Ma per piacere, non farmi perdere tempo a spiegarti quanto sia normale questo momento. C’è una cosa importante che devo dirti e non voglio che la morte sopraggiunga prima d’aver finito. Pertanto ascoltami…».

A bocca aperta, forse per l’incalzare di un caldo vento proveniente dalla tradizionale montagna ardente dell’estate, Baracca annuì.

«Come puoi vedere sono sopravvissuto alle battute di pesca – disse il membro della fauna marina – mi sono accoppiato, ho condotto una vita che per quanto corta mi è sembrata normale, ed oggi vengo qui a morire dinnanzi alla tua autorità. Lo faccio come gesto simbolico, che possa risultarti indelebile nella memoria. Lo faccio perché è necessario farti prendere atto di una realtà che ai molti sfugge… Ho visto morire la mia compagna, fiocinata dalla destrezza di un tiratore umano, che l’ha raccolta e squartata sul ponte della sua barca. Ho avuto occhi solo per lei, e orecchie sorde alle sue urla strazianti, ho mescolato il pianto alle onde del mare, sempre attento ai movimenti dei suoi assassini. Volevo ricordarmeli, volevo pensare che una notte, con la mia spada, sarei riuscito a trafiggerli tutti. Volevo vendetta. E invece, alla fine ho dovuto essergli grato. Perché una volta spanciata la mia dolce metà, ho sentito uno di loro urlare: “Ce ne sono anche qui”. Parlava dei tumori che la stavano consumando, maledicendo la sfortuna per la pesca sfumata, parlava di “palline” nel corpo del pesce, neoplasie frequenti nella fauna locale. Era piena di metastasi la mia compagna, e quando l’hanno tirata all’amo ha forse ringraziato i suoi carnefici, perché probabilmente soffriva da bestia».

Gli occhi di Baracca del Rampante Cavallino erano umidi, forse per il cinereo pulviscolo che dalle montagne, soprattutto in estate e accompagnato da lingue focose, giungeva fin sopra il Lungomare “Pan Digesto”, il cui fronte acqueo sarebbe stato presto ristrutturato.

«Non pensare a questa storia! – incalzò il pescespada – È il resto che dovrebbe farti commuovere! Infatti, preso dalla smania di sapere a cosa quei pescatori si riferissero, ho iniziato a seguire la loro imbarcazione e, di notte in notte, li ho sentiti parlare di questo problema. A parer loro, ad intossicare i membri della mia specie sono stati i Totani, nostro cibo prediletto. Secondo la loro teoria sul fondo del mare c’era qualcosa che loro mangiavano e che li rendeva indigesti per noialtri, lo chiamavano Toro o, in alternativa, metallo pesante. Raccontavano storie terribili, di scorribande insensate di questo Toro, di scorie e macerie lasciate ad ogni suo passaggio, di galoppate selvagge fin sotto la corona dei raggi a scacchi del sole. Quando trovavano uno di noi con qualche interessante sviluppo nelle viscere, dicevano sempre “Questo, in mare, c’è stato troppo. Dobbiamo mirare ai cuccioli, loro ancora possono andare bene in un piatto».

Il volto di Baracca era imperlato dal sudore, forse perché in estate, nella Città con il nome di Donna, al calore della stagione s’assomma quello dei fuochi fatui sparsi qua e la tra i crinali montagnosi.

«I nostri cuccioli! Capisci perché vengo a parlarti Baracca! Vogliono catturare e uccidere i nostri cuccioli perché noialtri siamo già carne morta. Non posso permetterlo! Devi aiutarmi, è un problema che riguarda la costa nazionale, sarà una carneficina…»

E mentre diceva queste parole, il pesce esalò il suo ultimo respiro, stroncato dall’infarto per lo sforzo che la troppa permanenza a terra gli aveva imposto.

Baracca lo guardò, aspettò un’onda, la risacca, e lo vide sparire tra i flutti mentre la schiuma cancellava la conca dove s’era sistemato.

«Non è mai successo – disse a se stesso il sindaco con aria convinta – non ho né visto e né sentito nulla. I cuccioli? Ma va là, noi ci mangiamo anche vitelli, agnelli e capretti. No, non c’è mai stato nessun pescespada qui, ed io questo Toro non l’ho mai sentito nominare. Va tutto bene».

E con un sottofondo da epico drone, l’immagine che quel giorno si vide dall’alto, fu quella di un sindaco che lasciava la balaustra su cui s’era poggiato ed entrava in macchina, mentre poco lontano, nell’azzurro del mare, il cadavere di un grosso pesce sembrava un’ombra sul fondo.

Una lacrima sola rigò questa triste vicenda, un rivolo sul volto del Patrono della Città col Nome di Donna, che in ogni sua immagine o statua sparsa per il paese, sembrò sgorgare come una viva fontana.

Il presente intanto aveva ripreso a scorrere, il futuro, chissà.

(continua…)

Quello che avete appena letto è il nono capitolo del romanzo a puntate “Città con il nome di Donna”. Fatti, cose o persone, sono puramente immaginari. Ogni riferimento è puramente casuale.

 

Per riprendere il filo dai primi capitoli:

  1. Cap. I: Via della Capitale eruttava merda (clicca e leggi)
  2. Cap. II: ORRORE E SACRILEGIO. Catena recluse parcheggio in centro (clicca e leggi)
  3. Cap. III: Parcheggio in centro: PERICOLO MORTALE! (clicca e leggi)
  4. Cap. IV: Una lacrima in una stretta di mano (clicca e leggi)
  5. Cap. V: La fiducia manda Paradiso (clicca e leggi)
  6. Cap. VI: «Non riconoscerò mai quel figlio» (clicca e leggi)
  7. Cap. VII: «La faccia (almeno) si salva?» (clicca e leggi)
  8. Cap. VIII: «Neuro, Supertossico Batterio» (clicca e leggi)

Segue la struggente vicenda del Pescespada cantata da Modugno

Città con il Nome di Donna – Il Pescespada, il Totano e il Toro ultima modifica: 2016-07-05T19:09:53+02:00 da Giampiero Delpresepe
Giampiero Delpresepe

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Autore "collettivo", nominato caporedattore della Testata on-line Marsili Notizie, mi occupo dello scibile in generale, con particolare attenzione alla Politica.